19 gennaio 2012

Il marinaio perduto, Tristano, Cesare e il gobbo

“Se un uomo ha perso una gamba o un occhio, sa di averli persi; ma se ha perso un sé, sé stesso, non può saperlo, perché egli non c’è più per saperlo.”
Non posso continuare così, però lo faccio, quindi posso farlo! È che voglio continuare così, anche se non dovrei volerlo. L'altra sera L. si stava confidando con M. dicendo che non vuole prendere la partenza dal clan, perché il clan è rimasto la sua ultima certezza, e teme che, scardinandosi, possa fare una brutta fine (vabbbbè). Al che M. gli ha istintivamente chiesto: "Ma quindi tu ora in clan sei felice?", e L.:"Beh... no..." e lì me ne sono andata perché avevo sentito anche troppo, e anche perché stavo per rovesciargli la cioccolata calda in testa e non era proprio il caso di uscirmene con questi gesti da estremista quale sono, mi sa.
Scusate, ma, in poche parole, uno si attacca a un'immagine, a una persona, a una convinzione, anche se questa gli arreca un danno, e una volta che ci si è abituato ha paura di staccarsi perché potrebbe sì stare meglio, ma anche peggio, potrebbe liberarsi, ma poi non avrebbe nient'altro da cui liberarsi, potrebbe smetterla di piangere, ma poi non avrebbe nient'altro per cui piangere, potrebbe provare a fare qualcosa per sé stesso, ma è molto meglio consacrare la propria vita a qualcosa/qualcuno che non ti sarà mai riconoscente perché è un essere non vivente in entrambi i casi e quindi può solamente darti l'occasione che aspettavi da tempo, cioè soffrire lecitamente? [I personaggi sono come caduti in trappola: Tristano si dibatte in sé stesso, cercando di escogitare nei modi più disparati un espediente per uscire dalla gabbia psicologica dalla/nella quale è costretto; si sposa con l'altra Isotta non per uscire, ma per andare più a fondo nella gabbia → deviazione!!!]

Quanto sono cogliona da 1 a 10?

Credo di averti voluto molto più di un falò di bene. Credo che per me ci sia molto di più di tutto questo, che non sia tutto qui, ma perché sono io a volerlo, che dei 300 progetti che ho in testa almeno 5 possano realizzarsi, che sono cambiata da morire nel vero senso della parola, così tanto che ieri sera immaginavo di parlare con A. di tutte quelle cose che non ho mai raccontato a nessuno, di tutta la morte che mi ha segnata sin da piccola e che non mi ha mai abbandonata, di come spesso l'abbia cercata e ancora la stia aspettando, e penso che a questo punto cambiare da morire sia un cambiare da vivere, che ormai non piango più da un sacco, che basta, il fuoco che avevo dentro eccome se bruciava, bruciava ancora, seccando tutto quanto, quando eri di spalle, di fronte a me, quando ti immaginavo in viaggio per l'università, quando non parlavi e io pregavo dentro di me perché tu lo facessi, perché uscissi, perché facessi vedere chi sei. Io lo so, tu no. È questa la cosa più triste. Io credevo in qualcuno che non credeva - non tanto in un essere superiore o nei propri idoli o modelli, ma non credeva nemmeno in sé stesso, non aveva un sé, un sé stesso-. Credo che la cosa che mi ha straziato più di tutte sia stato il fatto di essere schiacciata dal tuo nulla, perché quello che dicevi fosse amore era nulla, i tuoi atti d'amore erano nulla, le poche parole ed emozioni che esternavi erano nulla, e poi hanno cominciato a essere meno del nulla, il negativo, e mi hai sottratto e poi sottratto sempre di più, e ancora e ancora. E intanto bruciavi e m'inaridivi. Ho preteso troppo da te, cose che non potevi darmi. La persona giusta al momento sbagliato? Io credo che fosse anche la persona ad essere sbagliata, ma per entrambi! Però come mi hai segnato tu non mi ha mai segnato nessun altro, nessuno. E per come mi sento ora, ancora più sbagliata e più inconsolabile e più incollocabile che mai, nessuno potrà mai farci niente, né toccarmi, né guarirmi, né sollevarmi. Non posso dire: "Non permetterò a nessun'altro di trattarmi così!". Non c'è più nessuno da trattare in questa o quella maniera, e se anche ci fosse qualcuno per me io proprio non me ne renderei conto. Non ci sono più, sono un'altra ma non so chi. E le fiamme non hanno più niente da divorare, è così, fine.
Nella sua ultima lezione su Leopardi il professor Stoppelli ci ha detto: "Ecco, uno scrive 41 poesie e diventa immortale. Ma devono essere quelle 41 poesie!". Il mio Giacomino è morto a 39 anni, perché, secondo il Pasquale nazionale, aveva esaurito tutta la sua vita in quelle poesie e in quegli anni di sofferenza. Quante volte, ha detto poi, al termine di un anno o in una data che decidiamo sia un fermo, uno stop, abbiamo pensato e ripensato a tutto il tempo che abbiamo buttato, agli anni come agli amori inutili, che va bene che voi siete giovani e che tutto può essere d'insegnamento, ma quanto ne avreste voluto fare a meno a volte!
Beh, questo Leopardi non l'ha potuto sperimentare: la sua esperienza è stata la sofferenza, la sua sofferenza è stata ed è tuttora la sua gloria,
si è consumato tutto, è stato un falò.

O graziosa Luna, io mi rammento
Che, or volge un anno, io sopra questo poggio
Venia carco d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, a le mie luci
Il tuo volto apparia; ché travagliosa
Era mia vita: ed è, nè cangia stile,
O mia diletta Luna. E pur mi giova
La ricordanza, e ’l noverar l’etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Il sovvenir de le passate cose,
Ancor che triste, e ancor che il pianto duri.
La ricordanza

6 gennaio 2012

Anime salve

sono state giornate furibonde
senza atti d'amore
senza calma di vento
solo passaggi e passaggi
passaggi di tempo


Stamattina stavo riflettendo con M. sul perché un gruppo di persone che si conoscono da una vita, cresciute negli stessi luoghi, con dinamiche familiari più o meno simili, con accidenti e esperienze più o meno uguali, si ritrovino poi distanti anni luce, raggiunta l'età del conguaglio.
È strano e amaro poi capire che a separarle sono quelle caratteristiche, quelle peculiarità che devi per forza di cosa sviluppare per andare avanti, non nel senso di tirare a campare, perché è questo che loro - gli altri - si limitano a fare, ma andare avanti nel senso di trapassare, di uscire dallo schema, dalla massa (sprawl), per costruirsi e costruire una vita che sia degna di quel nome, sulla base di quello che si è, che si crede, che si vuole.
E chi resta indietro, che poi è bloccato, chi è? Il gruppo è se i componenti del gruppo sono, il gruppo fa delle scelte se i componenti del gruppo fanno delle scelte. Cosa si mette in comune in mezzo al cerchio se i vertici del cerchio (sì, il cerchio ha i vertici, sono tantissimi e piccolissimi, oh.) non hanno niente da mettere in mezzo, o semplicemente se non lo vogliono mettere in mezzo?
Allora è giusta la fuga? Fuga da chi fa scelte di comodo, da chi sceglie un indirizzo di studio uguale a quello dell'amico, un certo lavoro perché c'ha l'aggancio del padre, che resta con una ragazza per paura di non riuscire a trovarne un'altra, che a Capodanno si riempie casa oltre di quegli amici di una vita anche di ragazzini del '95 per avere il suo tornaconto (ma da chi? ma quando poi?), che pubblica su Facebook link che sicuramente verranno apprezzati da molte persone, che si riempie la bocca di concetti e paroloni di cui non sa nemmeno il significato, però tutti ne parlano, quindi, perché non farlo? Il sapore della saliva quando pronunci parole come "il mio ideale kantiano", "reazioni avantgarde", "piccole deformazioni di prospettiva tutte americane" o "lo-fi retro-garage sinth-punk" avrà un sapore tutto suo, penso appagante, che però non riesco ancora a far mio, e grazie a Dio!, perché non credo che siamo fatti tutti di queste parole, ma anche di rutti e scuregge, di canzoni e di testi che il mondo emerso conosce e apprezza, ma che a volte cadono malauguratamente sulla bocca di chi la apre per fare arieggiare i locali (vedi su). La sagra dell'apparire.
Il problema è: pccché?
Paura di restare soli, perché è rischioso parlare, esporsi, contestare. È rischioso fare quello che piace fare, perché forse è troppo banale, perché forse non ci sei portato, e allora che fai? T(r)emo di brutto quando la gente non sa che fare perché non ha gusti e interessi, se non quelli degli altri, che a loro volta hanno fatto lo stesso lavoretto. Di questo si dovrebbe aver paura, e invece spaventa a morte mettersi in discussione ogni mattina, accettare che un rapporto è morto e andare avanti, capire che possiamo contare i veri amici non sulla punta delle dita, ma sulla punta delle orecchie, che non siamo fatti per studiare Medicina e Chirurgia ma semplicemente per scaricare le cassette dei mandarini al mercato. È rischioso scegliere, perché poi non torni indietro, è una responsabilità troppo grande, e poi il danno l'hai fatto, ormai. Ovvio che uno può sempre tornare indietro sui suoi passi, ma è più difficile, non so se mi spiego, è un livello avanzato, diciamo, mi limito al livello base per i principianti di spontaneità. È rischioso uscire dal branco, perché rischi di essere schiacciato dalla folla, che non ti conosce, che non sa le tue battute a memoria, che non sa quanto zucchero metti nel caffè (paurosissima questa cosa, altroché). È anche rischio uscire nel branco, è rischioso farsi conoscere a memoria dalle persone, allo stesso tempo: diventi vulnerabile.
Magari non tutti possono vedere e sentire, mi dicevo. Ma non credo. Tutti possiamo farlo, c'è solo chi ha paura e resta schiacciato prima o poi da sé stesso, e si soffoca con la propria maschera.
Non vedo un lieto fine per me, figuriamoci per chi una mattina si sveglierà e vedrà allo specchio il colpevole della propria infelicità, senza appigli e possibilità di rivalsa, perché gli amici veri li ha blastati, gli amori li ha stracciati, dei libri ne ha letto il riassunto e poi li ha accantonati e la musica l'ha derisa, gli studi abbandonati, i prati e le strade guardati di sfuggita, con sufficienza, come con sufficienza ha guardato il bivio, e ha scelto una strada a caso. E non j'è andata di culo.
Tutto questo perché fa paura guardarsi dentro, ma pccché? È l'unica cosa che ti salva, essere un'anima salva. Ti presenti, stringi e poi accarezzi la mano che hai stretto, ti studi, ti parli, ti sperimenti, ti guardi ridere, piangere, partire, perderti, fallire, indovinare, cantare, arrabbiarti. Perché ci facciamo così paura? Perché? Io boh sinceramente non capisco, non lo so, non lo so, bah. Ma dai, che è 'sta roba, 'st'ansia che te porti costantemente appresso che devi per forza avere qualcuno? Tiè, ce l'hai qualcuno: è la tua ansia. Io al qualcuno - carne e ossa, né idealizzato né altro - ci penso mentre sto da sola, penso a quello che vedo da sola e la cosa più bella è che ho la sicurezza che poi glielo racconterò, che glielo racconterò e lui/lei mi capirà e sorriderà. Perché avere attorno la quantità, quando questa quantità non ti guarda con dolcezza né ti ascolta, ma ti parla sopra, pensa a come deve controbattere e ti interrompe per dire il suo, e poi non ti capisce, nel peggiore dei casi ti ride in faccia, non ti vede ma vede solo sé stesso, ma sé stesso non lo vede davvero, alla fine?
Pccché la gente vuole essere infelice?
Ma poi, lassateme perde! Che cazzo volete da me, teste dimmerda che non siete altro?


[...] Anime Salve, che trae il suo significato dall'origine, dall'etimologia delle due parole "Anime salve", vuol dire Spiriti Solitari. È una specie di elogio della solitudine; si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati, non se la può permettere il politico. Un politico solitario è un politico fottuto di solito.
Però sostanzialmente, quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante. Il circostante non è fatto soltanto dei nostri simili, direi che è fatto di tutto l'universo, dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle, e ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addirittura che si riesca a trovare anche delle migliori soluzioni, e siccome siamo simili ai nostri simili, credo si possano trovare soluzioni anche per gli altri.
Con questo non voglio fare nessun "panegirico" né dell'anacoretismo o del romitaggio, non è che si debba fare gli eremiti o gli anacoreti, è che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita, ed è stata una vita, non è che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d'idendità, credo d'averla vissuta, mi son reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura.
Invece l'uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura...
Elogio della solitudine - Fabrizio De André

2 gennaio 2012

Il mio errare è diventato un andare

so stay there
cause I'll be coming over
and while our blood's still young
it's so young, it runs
and won't stop til it's over
won't stop to surrender

Errare errore orrore non lo so più se il sensato fa parte delle mie scelte della mia vita per il mio bene. So solo che sono viva, ma a che prezzo? Barcamenata tra lampi e buchi neri di fede e fiducia, tra gente alla quale ho paura ad affezionarmi, con soldi che non so come spendere ma che vorrei trasformare in viaggi, con talenti che non so se esistono, come i ricordi a cui non so che nome dare, se non il mio, che sono un errore voluto. Non ci sto, non voglio dover volere un rimpiazzo, non voglio dover volere una pelle perfetta, non voglio dover volere una voce angelica, non voglio dover volere l'ispirazione, non voglio dover volere un padre, nemmeno la conoscenza e l'astuzia, per essere serena. Non voglio dover volere una modifica o riempire una mancanza. Ma così non si va molto lontano, perché continuo a pensare alla sua schiena, alla mia che schifo, che scuoto la testa davanti allo specchio, sconfitta, che se anche mi copro di maglioni non risolvo niente, non posso cantare, non posso suonare, non posso parlare con mia madre e mia sorella, non posso passare gli esami e andarmene via.
Non sono fatta di tutto questo, non di carne e ossa che mi stanno scomode, non un'anima sfibrata, non un cervello stanco,
sono fatta delle sue ciglia, delle borse che aveva sotto gli occhi, che sfioravo con i polpastrelli, sono fatta del brufolo che gli spuntava sempre sotto il mento e gli dava fastidio allora si faceva crescere la barba, sono fatta delle sue ginocchia ossute, che quando cammina se ne vanno per cavoli loro, che invece di camminare sembra che balla e mi piaceva da morire quando lo vedevo che mi ballava incontro, d'estate mi accecava il sole, il suo sorriso e le sue gambe, sono fatta della pelle secca sulle sue nocche, dei suoi deliri d'onnipotenza, della sua indifferenza, della sua maglietta giallo sbiadito e dei suoi muri verdi, dei suoi ritardi, delle sue teorie, della sua clausura, della sua cecità, della sua risata gelida e di nient'altro. Sono fatta di ricordi, che messi insieme sono pezzi di vita, che solo ora rimetto insieme dando loro un senso, che non è sensato nella sua sensatezza, perché il dolore, per me, non è mai sensato, è impossibile, inopportuno e indegno, sono stufa di credere che per crescere, per capire, per scoprire, per aprirsi, bisogna soffrire.
Il mio errare è diventato un andare via
da te = da me
Il tuo dolore è ancora il mio dolore.
A che scopo esisterei, se fossi tutta contenuta in me stessa? I miei grandi dolori, in questo mondo, sono stati i dolori di Heathcliff, io li ho tutti indovinati e sentiti fin dal principio. Il mio gran pensiero, nella vita, è lui. Se tutto il resto perisse e lui restasse, io potrei continuare ad esistere; ma se tutto il resto durasse e lui fosse annientato, il mondo diverrebbe, per me, qualche cosa di immensamente estraneo: avrei l'impressione di non farne più parte. Il mio amore per Linton è come il fogliame dei boschi: il tempo lo trasformerà, ne sono sicura, come l'inverno trasforma le piante. Ma il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce nascoste ed immutabili; dà poca gioia apparente ma è necessario. Nelly: io SONO Heathcliff! Egli è stato sempre, sempre nel mio spirito: non come un piacere, allo stesso modo ch'io non sono sempre un piacere per me stessa, ma come il mio proprio essere. Così, non parlar più di separazione: ciò è impossibile.

esattamente un anno fa