senza atti d'amore
senza calma di vento
solo passaggi e passaggi
passaggi di tempo
Stamattina stavo riflettendo con M. sul perché un gruppo di persone che si conoscono da una vita, cresciute negli stessi luoghi, con dinamiche familiari più o meno simili, con accidenti e esperienze più o meno uguali, si ritrovino poi distanti anni luce, raggiunta l'età del conguaglio.
È strano e amaro poi capire che a separarle sono quelle caratteristiche, quelle peculiarità che devi per forza di cosa sviluppare per andare avanti, non nel senso di tirare a campare, perché è questo che loro - gli altri - si limitano a fare, ma andare avanti nel senso di trapassare, di uscire dallo schema, dalla massa (sprawl), per costruirsi e costruire una vita che sia degna di quel nome, sulla base di quello che si è, che si crede, che si vuole.
E chi resta indietro, che poi è bloccato, chi è? Il gruppo è se i componenti del gruppo sono, il gruppo fa delle scelte se i componenti del gruppo fanno delle scelte. Cosa si mette in comune in mezzo al cerchio se i vertici del cerchio (sì, il cerchio ha i vertici, sono tantissimi e piccolissimi, oh.) non hanno niente da mettere in mezzo, o semplicemente se non lo vogliono mettere in mezzo?
Allora è giusta la fuga? Fuga da chi fa scelte di comodo, da chi sceglie un indirizzo di studio uguale a quello dell'amico, un certo lavoro perché c'ha l'aggancio del padre, che resta con una ragazza per paura di non riuscire a trovarne un'altra, che a Capodanno si riempie casa oltre di quegli amici di una vita anche di ragazzini del '95 per avere il suo tornaconto (ma da chi? ma quando poi?), che pubblica su Facebook link che sicuramente verranno apprezzati da molte persone, che si riempie la bocca di concetti e paroloni di cui non sa nemmeno il significato, però tutti ne parlano, quindi, perché non farlo? Il sapore della saliva quando pronunci parole come "il mio ideale kantiano", "reazioni avantgarde", "piccole deformazioni di prospettiva tutte americane" o "lo-fi retro-garage sinth-punk" avrà un sapore tutto suo, penso appagante, che però non riesco ancora a far mio, e grazie a Dio!, perché non credo che siamo fatti tutti di queste parole, ma anche di rutti e scuregge, di canzoni e di testi che il mondo emerso conosce e apprezza, ma che a volte cadono malauguratamente sulla bocca di chi la apre per fare arieggiare i locali (vedi su). La sagra dell'apparire.
Il problema è: pccché?
Paura di restare soli, perché è rischioso parlare, esporsi, contestare. È rischioso fare quello che piace fare, perché forse è troppo banale, perché forse non ci sei portato, e allora che fai? T(r)emo di brutto quando la gente non sa che fare perché non ha gusti e interessi, se non quelli degli altri, che a loro volta hanno fatto lo stesso lavoretto. Di questo si dovrebbe aver paura, e invece spaventa a morte mettersi in discussione ogni mattina, accettare che un rapporto è morto e andare avanti, capire che possiamo contare i veri amici non sulla punta delle dita, ma sulla punta delle orecchie, che non siamo fatti per studiare Medicina e Chirurgia ma semplicemente per scaricare le cassette dei mandarini al mercato. È rischioso scegliere, perché poi non torni indietro, è una responsabilità troppo grande, e poi il danno l'hai fatto, ormai. Ovvio che uno può sempre tornare indietro sui suoi passi, ma è più difficile, non so se mi spiego, è un livello avanzato, diciamo, mi limito al livello base per i principianti di spontaneità. È rischioso uscire dal branco, perché rischi di essere schiacciato dalla folla, che non ti conosce, che non sa le tue battute a memoria, che non sa quanto zucchero metti nel caffè (paurosissima questa cosa, altroché). È anche rischio uscire nel branco, è rischioso farsi conoscere a memoria dalle persone, allo stesso tempo: diventi vulnerabile.
Magari non tutti possono vedere e sentire, mi dicevo. Ma non credo. Tutti possiamo farlo, c'è solo chi ha paura e resta schiacciato prima o poi da sé stesso, e si soffoca con la propria maschera.
Non vedo un lieto fine per me, figuriamoci per chi una mattina si sveglierà e vedrà allo specchio il colpevole della propria infelicità, senza appigli e possibilità di rivalsa, perché gli amici veri li ha blastati, gli amori li ha stracciati, dei libri ne ha letto il riassunto e poi li ha accantonati e la musica l'ha derisa, gli studi abbandonati, i prati e le strade guardati di sfuggita, con sufficienza, come con sufficienza ha guardato il bivio, e ha scelto una strada a caso. E non j'è andata di culo.
Tutto questo perché fa paura guardarsi dentro, ma pccché? È l'unica cosa che ti salva, essere un'anima salva. Ti presenti, stringi e poi accarezzi la mano che hai stretto, ti studi, ti parli, ti sperimenti, ti guardi ridere, piangere, partire, perderti, fallire, indovinare, cantare, arrabbiarti. Perché ci facciamo così paura? Perché? Io boh sinceramente non capisco, non lo so, non lo so, bah. Ma dai, che è 'sta roba, 'st'ansia che te porti costantemente appresso che devi per forza avere qualcuno? Tiè, ce l'hai qualcuno: è la tua ansia. Io al qualcuno - carne e ossa, né idealizzato né altro - ci penso mentre sto da sola, penso a quello che vedo da sola e la cosa più bella è che ho la sicurezza che poi glielo racconterò, che glielo racconterò e lui/lei mi capirà e sorriderà. Perché avere attorno la quantità, quando questa quantità non ti guarda con dolcezza né ti ascolta, ma ti parla sopra, pensa a come deve controbattere e ti interrompe per dire il suo, e poi non ti capisce, nel peggiore dei casi ti ride in faccia, non ti vede ma vede solo sé stesso, ma sé stesso non lo vede davvero, alla fine?
Pccché la gente vuole essere infelice?
Ma poi, lassateme perde! Che cazzo volete da me, teste dimmerda che non siete altro?
E chi resta indietro, che poi è bloccato, chi è? Il gruppo è se i componenti del gruppo sono, il gruppo fa delle scelte se i componenti del gruppo fanno delle scelte. Cosa si mette in comune in mezzo al cerchio se i vertici del cerchio (sì, il cerchio ha i vertici, sono tantissimi e piccolissimi, oh.) non hanno niente da mettere in mezzo, o semplicemente se non lo vogliono mettere in mezzo?
Allora è giusta la fuga? Fuga da chi fa scelte di comodo, da chi sceglie un indirizzo di studio uguale a quello dell'amico, un certo lavoro perché c'ha l'aggancio del padre, che resta con una ragazza per paura di non riuscire a trovarne un'altra, che a Capodanno si riempie casa oltre di quegli amici di una vita anche di ragazzini del '95 per avere il suo tornaconto (ma da chi? ma quando poi?), che pubblica su Facebook link che sicuramente verranno apprezzati da molte persone, che si riempie la bocca di concetti e paroloni di cui non sa nemmeno il significato, però tutti ne parlano, quindi, perché non farlo? Il sapore della saliva quando pronunci parole come "il mio ideale kantiano", "reazioni avantgarde", "piccole deformazioni di prospettiva tutte americane" o "lo-fi retro-garage sinth-punk" avrà un sapore tutto suo, penso appagante, che però non riesco ancora a far mio, e grazie a Dio!, perché non credo che siamo fatti tutti di queste parole, ma anche di rutti e scuregge, di canzoni e di testi che il mondo emerso conosce e apprezza, ma che a volte cadono malauguratamente sulla bocca di chi la apre per fare arieggiare i locali (vedi su). La sagra dell'apparire.
Il problema è: pccché?
Paura di restare soli, perché è rischioso parlare, esporsi, contestare. È rischioso fare quello che piace fare, perché forse è troppo banale, perché forse non ci sei portato, e allora che fai? T(r)emo di brutto quando la gente non sa che fare perché non ha gusti e interessi, se non quelli degli altri, che a loro volta hanno fatto lo stesso lavoretto. Di questo si dovrebbe aver paura, e invece spaventa a morte mettersi in discussione ogni mattina, accettare che un rapporto è morto e andare avanti, capire che possiamo contare i veri amici non sulla punta delle dita, ma sulla punta delle orecchie, che non siamo fatti per studiare Medicina e Chirurgia ma semplicemente per scaricare le cassette dei mandarini al mercato. È rischioso scegliere, perché poi non torni indietro, è una responsabilità troppo grande, e poi il danno l'hai fatto, ormai. Ovvio che uno può sempre tornare indietro sui suoi passi, ma è più difficile, non so se mi spiego, è un livello avanzato, diciamo, mi limito al livello base per i principianti di spontaneità. È rischioso uscire dal branco, perché rischi di essere schiacciato dalla folla, che non ti conosce, che non sa le tue battute a memoria, che non sa quanto zucchero metti nel caffè (paurosissima questa cosa, altroché). È anche rischio uscire nel branco, è rischioso farsi conoscere a memoria dalle persone, allo stesso tempo: diventi vulnerabile.
Magari non tutti possono vedere e sentire, mi dicevo. Ma non credo. Tutti possiamo farlo, c'è solo chi ha paura e resta schiacciato prima o poi da sé stesso, e si soffoca con la propria maschera.
Non vedo un lieto fine per me, figuriamoci per chi una mattina si sveglierà e vedrà allo specchio il colpevole della propria infelicità, senza appigli e possibilità di rivalsa, perché gli amici veri li ha blastati, gli amori li ha stracciati, dei libri ne ha letto il riassunto e poi li ha accantonati e la musica l'ha derisa, gli studi abbandonati, i prati e le strade guardati di sfuggita, con sufficienza, come con sufficienza ha guardato il bivio, e ha scelto una strada a caso. E non j'è andata di culo.
Tutto questo perché fa paura guardarsi dentro, ma pccché? È l'unica cosa che ti salva, essere un'anima salva. Ti presenti, stringi e poi accarezzi la mano che hai stretto, ti studi, ti parli, ti sperimenti, ti guardi ridere, piangere, partire, perderti, fallire, indovinare, cantare, arrabbiarti. Perché ci facciamo così paura? Perché? Io boh sinceramente non capisco, non lo so, non lo so, bah. Ma dai, che è 'sta roba, 'st'ansia che te porti costantemente appresso che devi per forza avere qualcuno? Tiè, ce l'hai qualcuno: è la tua ansia. Io al qualcuno - carne e ossa, né idealizzato né altro - ci penso mentre sto da sola, penso a quello che vedo da sola e la cosa più bella è che ho la sicurezza che poi glielo racconterò, che glielo racconterò e lui/lei mi capirà e sorriderà. Perché avere attorno la quantità, quando questa quantità non ti guarda con dolcezza né ti ascolta, ma ti parla sopra, pensa a come deve controbattere e ti interrompe per dire il suo, e poi non ti capisce, nel peggiore dei casi ti ride in faccia, non ti vede ma vede solo sé stesso, ma sé stesso non lo vede davvero, alla fine?
Pccché la gente vuole essere infelice?
Ma poi, lassateme perde! Che cazzo volete da me, teste dimmerda che non siete altro?
[...] Anime Salve, che trae il suo significato dall'origine, dall'etimologia delle due parole "Anime salve", vuol dire Spiriti Solitari. È una specie di elogio della solitudine; si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati, non se la può permettere il politico. Un politico solitario è un politico fottuto di solito.
Però sostanzialmente, quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante. Il circostante non è fatto soltanto dei nostri simili, direi che è fatto di tutto l'universo, dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle, e ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addirittura che si riesca a trovare anche delle migliori soluzioni, e siccome siamo simili ai nostri simili, credo si possano trovare soluzioni anche per gli altri.
Con questo non voglio fare nessun "panegirico" né dell'anacoretismo o del romitaggio, non è che si debba fare gli eremiti o gli anacoreti, è che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita, ed è stata una vita, non è che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d'idendità, credo d'averla vissuta, mi son reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura.
Invece l'uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura...
Elogio della solitudine - Fabrizio De André
2 commenti:
Ormai, ogni volta che leggo un tuo nuovo post ho l'impressione che ci siamo lette nella mente a vicenda.
Un bacione, anima salva!
ciao, ho letto. mi piace molto.
ti ringrazio, mi fa piacere trasmetterti queste emozioni.
un abbraccio forte,
v.
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