19 aprile 2012

Lanziverschiebung

Mi sa che mi è pure passato il sonno. E scrivere pigiando i tasti così piano non è che me lo concili, visto che devo stare tutta accorta a non fare rumore. Eh, t'avrei cantato tante di quelle canzoni, t'avrei, ma non c'ha legato nessuna coincidenza - fortuita o vigliacca che fosse - e non porti il nome del protagonista del libro che sto leggendo, porti con fragile fierezza quella genericità falsata dal tuo disprezzo per i cliché viventi che spesso mi hai sputato addosso ricoprendomi e confondendomi, confondendo i miei bei lineamenti. Porti il nome dell'anima di Roberto, ammessa che ce n'abbia una. E sei vago, egocentrico, vano. La cosa che mi rattrista di più di tutte è che non mi ricordo più se le sedie della chiesa di Saint-Séverin sono di paglia o di legno. C'è qualcosa che mi sfugge, tra le leggi, i segni, le incognite, le pagine, le mie espressioni, che lo sento che non sono presente a me stessa, e non c'entra il fatto che sono diesel, T+1, esprit de l'escalier (mi ci ritrovo sempre di più in facoltà, non sono fatta per dare gli esami da frequentante e oralmente), c'entra che non mi accorgo del tempo, che è tutto uguale, come lo è il dentro e il fuori, ma lo so che non lo è, veramente, ma me ne accorgo nei momenti meno opportuni.
"Perché scrivi solo cose tristi?" "Perché quando sono felice esco." Neanche questo è opportuno, non più.
Suppongo che sia questo, vivere nel presente: vivere nel passato, perché sfugge sempre tutto, specialmente a una morta di sonno come me.
Suppongo che sia questo vivere nel presente e l'averlo capito a rendermi così instabile.

Toh, un tuo messaggio.

1 commento:

G. ha detto...

"Suppongo che sia questo, vivere nel presente: vivere nel passato"

è verissimo, piccina. verissimo.

G.