non parlo.
La musica va e viene.
Tutto sarebbe più facile in un paese di mare: niente rimarrebbe intrappolato nelle reti dei pescatori, niente andrebbe a sbattere sulle pesanti campane della chiesa madre, niente s'incastrerebbe tra i tombini e i sampietrini,
tutto fluirebbe fuori e dentro di me, rispettando la precedenza e le (delle) mie priorità scombussolate,
senza investire il mio equilibrio
o qualcosa che sta più nel profondo: il nucleo, il fulcro della mia voglia di vivere e di essere felice, di vivere essendo felice, di vivere meritandomi di essere felice.
Che tutto sia regolare, che al dare segua il ricevere, che al pianto segua il riso, che alla domanda segua La risposta, che la fatica sia ripagata, che lo schiaffo faccia male, che il cibo sazi, che una tragedia e un miracolo colpiscano il cuore e lo stomaco, che il male non venga confuso con il bene, che le persone rimangano, che i sentimenti rimangano, che i ricordi rimangano, che la polvere se la prenda il vento, che il superfluo scivoli via con tutto il resto, avere un obbiettivo, uno del mio stesso genere, e perseguirlo. Questo conta, il nucleo.
I passanti sarebbero solo turisti incuranti, niente peschiciane spione e annoiate, solo mia zia che, come un gattino, fa capolino dalla finestra della cucina, antisgamo come solo le vecchie preoccupate sanno essere. Mi dà tantissimo fastidio quando lo fa mia madre, perché vedo ovunque opportunismo e sfiducia nei miei confronti.
Il nucleo è l'unica cosa che conta, e i pensieri negativo-ossessivi non sono amici del nucleo.
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