Oggi stavo ascoltando gli Arctic Monkeys e mi son detta che, beh! dopotutto, per quanto mi ricordi io, anche se i ricordi spesso vanno un po' dove je pare a loro, ho avuto un'adolescenza migliore di quella che molte persone hanno avuto: avevo musica e libri bellissimi, avevo sogni sani che ero sicura avrei realizzato, avevo il mio spazio, spesso verde. Ora confondo le date, dimentico nascite e ricorrenze, non so se sono importanti le persone alle quali sono collegate, come poter giudicare l'apporto che hanno dato alla mia vita (se non ricordo l'apporto, ma c'è stato effettivamente, ha senso?)
Ora so che, contrariamente a quello in cui ho sempre creduto senza pretendere spiegazioni perché le reputavo superflue (è così, basta), il mio passato è stato caratterizzato dalla concretezza, dall'azione, dalla violenza (quanto può essere concreta la vita di un'esordiente adolescente con la testa piena di cose mai attuate, con esperienza zero del mondo esterno, con coscienza zero del giusto e dello sbagliato?): mi sono scontrata sin da subito nel mio piccolo con l'inesattezza dei rapporti familiari, che poi sono lo specchio di tutti quelli che uno avrà al di fuori della porta di casa, con la sofferenza causata da qualcuno esterno da me ma interno alla mia casa (io-fuori-dentro-fuori-l'altro?) che non ha avuto il tempo di essere sublimata in altro perché contingente alla malattia e alla vecchiaia che popolavano la mia casa, il mio spazio, la mia fisicità.
Avevo musica che mi sollevava dalle ascelle e mi portava lontano da schiaffi e da polsi che schifavo, avevo libri che potevano darmi una casa che mi meritavo, dove coltivare talenti e aspirazioni più forti dei due alberi di limoni che avevamo in giardino. Stavo male dentro e fuori perché c'ero quasi, queste poche cose che avevo erano così grandi che potevo quasi toccarle e tastarne la consistenza, ero io stessa arrivata a sentirle così reali per tutta l'importanza che avevo loro attribuito e che le aveva riempite fino a farle gonfiare, e per questo spesso mi soffocavano come un airbag. Come se mi salvassero, ma allo stesso tempo mi facessero del male, perché non vedevo altro, non avevo altro, ma non le avevo per davvero.
Ora non mi faccio più male - non me ne fanno le persone in casa-, siamo rimaste in tre, sono iscritta al terzo anno di università, ho una casa al centro di una bella cittadina, piccola ma posso uscirne quando voglio. Tutto questo potrebbe essere molto più concreto di quello che avevo in passato ma non lo è, perché non immaginavo sarebbe stata così la mia vita da ventunenne, mi pare solo un fantoccio, non ha la consistenza che davo alle avventure dei miei personaggi preferiti e alle parole delle canzoni che mi accarezzavano i capelli quando piangevo. Nemmeno questo è esatto. Proprio ora che potrei avere tutte le carte in regola per toccare, gustare, distruggere, lanciare ogni cosa, poiché non sono più una bambina e qualcosa del mondo l'ho vista, resto imbambolata di fronte a tutto, alla vita. È per questo che voglio stare in silenzio? Di solito al caos si associa il rumore, e ora che la mia vita si è depurata da sola nel corso degli eventi non ho niente su cui tamburellare o tirare le mie ciabatte. Come se tutto si fosse ridotto ai minimi termini: il male che sento non è fisico, posso decidere che generi di rapporti avere, anche e soprattutto con me stessa. Non posso più rimandare e cercare rifugio in altro/i. Ma è come se mi mancasse quella capacità di agire che avevo in passato, come se l'unico segno che mi distingue in quanto donna fossero lo sbigottimento e una stanchezza mentale che non so imbrigliare. Come posso fare il sunto?
Il fatto che voglia stare in silenzio non significa che voglia nascondermi ancora, so che ho delle potenzialità, che queste sono il risultato di qualcosa di esageratamente grosso che si è andato via via definendo, e so che me ne andrò. Ma come e dove? L'altra notte non riuscivo a prendere sonno e mi è mancato molto il mio letto di Tor Lupara e al buio avrei potuto pure far finta di starci, tanto che cambiava? Eh, e invece cambia.
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