10 febbraio 2012

Il pleut!

Quando stavo leggendo Pioggia di Francis Ponge, non stava piovendo, né tantomeno nevicando. Credo di essere condannata a vedere la poesia ovunque, perché quando stavo tornando dalla Buffetti, correndo per tutta via Mameli per non far bagnare i cartelloni - povera illusa -, non tanto la mia capa, ché avevo il parka, mi sono resa conto di quanto fosse speciale quello che mi stava accadendo, perché stava piovendo! e non me ne ero nemmeno accorta, sebbene l'aria gelida mi facesse male anche solo respirando e sebbene tutti avessero l'ombrello aperto, perché stavo correndo schivando macchine e automi ombrellati, e per fortuna che mi ero messa gli scarponi di scout, altrimenti sarei ruzzolata per tutta la discesa fino al parco Onmi, portandomi appresso tutto il ghiaccio sporco e gli aghi di pino. È stata come una benedizione, un'apparizione tutte quelle luci riflesse e smembrate in tanti altri puntini luminosi attraverso quelle grosse gocce d'acqua, così che ho avuto paura di dimenticarmi tutte le parole e i ricordi che mi vorticavano in testa, di non potermi ricordare più di quanto mi faccia sentire viva correre, visto che ogni tanto non ci penso a quando correvo al richiamo dei Vecchi Lupi, a quella foto che mi ha scattato Serena a Sala, dove ci sono io immobilizzata per sempre nel mio salto sopra Quel grosso cespuglio spinoso, a quanto sia stato bello correre da un palco all'altro quest'estate, a come correvo fino a rischiare di svitarmi le rotule ogni volta, vivendo tutto come una gara all'ultimo passo.
Vorrei dire tante altre cose che ora come ora non ricordo già più, però una cosa che tengo a dire me la ricordo, che le scale del palazzo di via Mameli 44 stanno diventando familiari anche per me, non familiari come i ricordi legati a una persona a caso, che sono dolorosi, tipo Quel muretto/scalino di fronte il cancelletto rotto, ma familiari per me, che sono pacifici, che mi ricordino me stessa e piccoli riti e abitudini che ho, e il fatto che ogni volta chiuso il portone mi senta salva, o tipo che non prendo l'ascensore perché ho paura che ci sia un killer appostato pronto a stroncarmi appena arrivata al secondo piano. Col capo chino vedo solo le scale beige e nessun odore in particolare, a parte la solita puzza di cane bagnato e di broccoli o baccalà o fritto tra il primo e il secondo piano. È troppo, un giorno mi capiterà di non riuscire a sopportare tutte queste coincidenze, questi luoghi particolari, questi libri, queste facce come quella di Calvino con le sue guanciotte e quello scintillio negli occhi che non riesco a non associare a Motolese, queste canzoni, queste gioie. Mi sento condannata già da ora per qualcosa che è sia la mia salvezza da queste non-personalità come i palazzi grigi di Tor Bella Monaca, sia la mia dannazione. Ma anche no, chi può saperlo?


Pioggia

La pioggia, nel cortile dove la guardo cadere, scende con andature assai diverse. Al centro è un sipario sottile (o reticolato) discontinuo, una caduta implacabile ma relativamente lenta di gocce probabilmente molto lievi, un precipitare sempiterno senza vigore, una frazione intensa della meteora pura. A poca distanza dai muri di destra e di sinistra cadono con maggior rumore gocce piú pesanti, individuate. Qui sembrano della grandezza di un chicco di grano, lí di un pisello, altrove quasi di una biglia. Sui listelli di ferro, sui davanzali delle finestre, la pioggia corre orizzontalmente, mentre sulla faccia inferiore degli stessi ostacoli si sospende in rombi convessi. Seguendo l'interna superficie di una tettoia di zinco che lo sguardo sovrasta, cola in strato sottilissimo, marezzato dalle correnti variate a seconda delle impercettibili ondulazioni e sporgenze della copertura. Dalla grondaia attigua dove scorre con la contenzione di un ruscello infossato senza forte pendio, cade di colpo in un filo perfettamente verticale, grossolanamente intrecciato, fino al suolo dove si rompe e rimbalza in aghetti brillanti.

Ogni sua forma ha un andamento particolare; a ognuna corrisponde un rumore particolare. Il tutto vive con intensità come un meccanismo complicato, preciso quanto arrischiato, come un movimento a orologeria la cui molla è il peso di una massa di vapore in precipitazione.

La suoneria a terra delle reti verticali, il gluglù delle grondaie, i minuscoli colpi di gong, si moltiplicano e risuonano assieme in un concerto senza monotonia, non senza delicatezza.

Quando la molla si è allentata, alcuni ingranaggi continuano a funzionare per un po', sempre più rallentati, poi il meccanismo si ferma. Allora, se il sole riappare tutto si cancella rapidamente, evapora il brillante apparecchio: è piovuto.


Francis Ponge, Il partito preso delle cose


Ecco, io ho ordinato e poi comprato questo libro qualcosa come un mese fa, ma solo oggi ho letto Pioggia e mi ha scatenato dentro un mondo, per farmi provare quello che ho scritto e che non avrebbe avuto lo stesso effetto o motivo (credo ci sia un perché) in un altro giorno, in un altro momento. È da molto più tempo invece che cerco di ricordarmi come si chiami quello che poco fa mi sono ricordata, come un'apparizione mariana, che sia proprio il calligramma. Nella pagina web dove ho trovato un commento a Pioggia di Ponge, c'era anche un calligramma chiamato Piove, di Apollinaire. Mi è quasi preso un infarto.

Tutto ha il suo percorso (viaggio?), il suo tempo di rivelarsi e di farsi comprendere.



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