Ho passato la serata ad abbracciare gente, come consigliano i dAri. La chiave di tutto è la curiosità. Non è un caso che il cavallo goloso sia poi diventato un delfino curioso. La mia metamorfosi è bloccata all'equina accattonevolezza. Non sono Kafka, non sono Kafka. Gli abbracci, come il sexobeat, devono essere composti da movimenti e momenti fluidi e precisi e istantanei, come un'equipe medica sul tavolo operatorio, come un'orchestra, come l'attacco della falange macedone. Non ammetto gomiti, tempie, bottoni, fili e ciocche di capelli, incisivi, popliti e unghie fuori posto.
Non sono come Wordsworth con la storia lì dei Daffodils, io le cose non me le ricordo. E sono pure pigra, visto dove sto scrivendo. E una screanzata. Credo sia la prima volta dopo sette anni che sono contenta di stare qui (non sono aiutata dal solfeggio delle tende), l'estate del primo liceo non la conto perché non ero io e ora capisco perché prima l'abbia sognata, stava scritto (nella mente, in equilibrio sulle righe della storia, pronta per cadere sul mio piano) che sarebbe cicciata fuori prima o poi in altre forme nella giornata. Quand'è stata l'ultima volta che sono stata in me? Sono due anni che non-vivo e vivo di rimandi, di flash e ricordi che si sovrappongono alla realtà come radiografie, disegni su carta velina. E ora si sta chiudendo il ciclo e non solo quello (È il 1348 che ci ha reso soli e poveri) e devo riuscire a passare oltre prima che il tessuto dell'universo si richiuda su di me e mi tagli in due (è colpa sua? L'azione-distruzione è mia. Non è forse anche mia la colpa, che ogni volta voglio sfidare le sue leggi dimenticandomi di cosa sono?) come sono già stata tagliata (parlo fringese). Però M. ha detto che passerà, mi passerà sicuramente.
Ecco, e il giorno dopo è successo il finimondo.
Esiste giustizia in questo mondo cioè boh io non lo so
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