4 agosto 2012

C'è un'alternativa alla vita che non sia il suo opposto?

Ieri c'erano degli ulivi, credo, perché mi sembrava di stare in mezzo agli odori e alle lanterne di Peschici; dovrò sciogliere questo nodo piano (nodo piano: è uno dei più comuni e semplici nodi di giunzione. È usato generalmente per unire due corde di uguali dimensioni) che mi lega controvoglia alle mie origini, alle quali però sento di dovere molto. Ma è un nodo. Ma sono anche le origini. È mia madre. È-era mio padre. È quello che sta barbaramente diventando mia sorella. È quello a cui sono approdata ora: stessa costa ma porto diverso, diversa imbarcazione. C'erano altre cose di Peschici: quello del bar faceva cocktails carichissimi, c'erano cani e gatti carinissimi, un'amaca nel verde scuro (c'erano tanti colori). Seduta-incastrata tra quelle persone delle quali sento di dover riconquistare l'attenzione ogni volta daccapo, vedevo la mia ombra nera, sconfitta e ingobbita, a terra, e nero il cielo, su, poi se guardavo fisso davanti a me c'era un albero (voglio imparare tutti i nomi degli alberi) che si protendeva verso di me come una mano, forse non proprio pacificamente (colpa di The walking dead), mentre con l'altro braccio, andava verso est perpendicolare alla direzione amica, verso il palco (l'agorà), dove c'era l'altro nodo, un fascio di corde di metallo e stanghette di lettere e fili di pentagramma. E intanto fissavo la mia ombra a terra, poi il verde acido-marrone-grigio del tronco degli alberi, le foglie stranamente secche ancora attaccate alle loro vene che sembravano offrirmi un aiuto, poi il legno della panca stropicciato come un panno zuppo, i segni del sottobicchiere sul tavolo, il gin lemon che mi pizzicava in bocca per quanto temporeggiavo a mandarlo giù, poi finalmente è passata una signora a distribuire delle mini-macedonie in coppette da gelato di carta, ma a quel punto ero già su un altro pianeta, vedevo che di tanto in tanto qualcuno posava lo sguardo su di me ma non mi andava di alzare la testa, mi risvegliavo solo per applaudire, poi è passata una donna incinta, e mi sono sentita come Jon Snow e ho capito che, per quanto la ricerchi, la gloria viene a trovarti e ti investe e basta, di sua spontanea volontà, per elezione, perché puoi permettertelo, perché riesci a reggerla, ne sei degno. Io posso sentire meglio, io posso amare meglio, io posso ridere e far ridere, io posso essere qualcosa ed esserlo al meglio. Ma forse non è abbastanza. Lo è per chi è stato eletto. Ieri ero molto Jon Snow, molto fuori dal mondo e allo stesso tempo alla disperata ricerca di trovarmi un degno posto in quel mondo. Quando in macchina, sulla via di ritorno, non ho trovato niente di meglio di una compilation con gli U2, ero molto triste (forse anche per With or without you, forse perché ero sola, anche se sono felice quando sono sola in macchina, quindi boh). Sono salita in casa che mi tremavano le gambe. Mi sono addormentata sforzandomi di non immaginare, perché le cose (belle) capitano una volta sola, e scelgono una sola dimensione nella quale distendersi: desiderio, sogno, aspettativa, e poi la realtà. Ed è per questo che mi conviene proiettare tutto quello che avremmo potuto essere, perché nella realtà non accadrà mai, perché è il regno della vuotezza, di colori che non so nominare, di milioni di piante e vette; è già avvenuto tutto nella mia testa, e, conscia di questo limite invalicabile degli elementi delle parole dell'universo della vita del tempo dello spazio, lo farò accadere ancora e ancora e ancora, e poi, mentre sarò distratta, accadrà qualcos'altro che si ritroverà accidentalmente sul mio piano congenitamente inclinato, e scivolerà su un altro, schiacciando un punto, piegando e spezzando una retta, che si inghiottirà da sola o che potrà catapultarsi sulla mia direzione. Per quanto potrà e vorrà rimanere, se gli farò posto, come mi cambierà, quante regole dovrò infrangere per trattenerla, quanti libri butterò, quanto ancora mi sentirò povera di sapere, mai eletta, illuminata, felice e consapevole di esserlo perché è possibile esserlo, non so.

Certe amicizie sono come aprire Youtube per ascoltare Piero Ciampi e poi ripensarci con un "porco dio", come aprire lo sportello dell’auto e realizzare con un “nuooo” appena mugolato di aver dimenticato l’immondizia dentro, come arrivare perennemente secondi alle gare per una febbre che ti ha attaccato quello arrivato primo.

Tu rimani ovunque, comunque. Ma sei più sopportabile. Fanno più male le canzoni.

 

1 commento:

treble7cref ha detto...

ti stimo, e ti capisco, e t'amo amica pixel! <3