L'eroe eponimo del film dei Monty Python Brian di Nazareth, furibondo per esser stato proclamato Messia contro la sua volontà e seguito ovunque da un'orda di adepti, cerca in tutti i modi, ma invano, di convincerli a non comportarsi come un gregge di pecore e ad andarsene. Grida loro: "siete tutti degli individui!". E il coro dei devoti gli risponde prontamente all'unisono: "Sì, siamo tutti degli individui!". Solo una voce, flebile e solitaria, replica: "Io no...". Brian allora fa un altro tentativo: "Ognuno di voi è diverso!". "Sì, ognuno di noi è diverso!", approva entusiasticamente l'assembramento di fedeli. E, di nuovo, quell'unica vocina obietta: "Io no...". A quel punto la folla inviperita si guarda intorno per linciare il dissidente, se soltanto riuscisse a trovarlo, confuso nella massa indistinta.
In questa piccola gemma della satira è racchiuso tutto l'esasperante paradosso - o meglio l'aporia - dell'individualità. Alla domanda che cosa significhi essere individui, chiunque - dai filosofi fino a coloro che non si sono mai chiesti che mestiere faccia il filosofo - darebbe più o meno una risposta del genere: essere individui significa essere diversi da chiunque altro. Un'eco remota del modo in cui dio si presenta a Mosè si può cogliere nella risposta "Io sono colui che sono", che significa: sono un essere unico, una creatura mitica, fatta - o fattasi, come dio - in modo talmente peculiare e unico che è impossibile descrivere tale unicità con parole che possano avere più di un referente.
Il guaio è che sono gli stessi 'altri' (dai quali non si può fare a meno di essere diversi) a pungolarci, spingerci, costringerci a essere diversi. È quella compagnia che si chiama 'società', di cui non si è che uno dei tanti, di quei tanti in giro e che sono più o meno familiari, ad attendersi (da me, da te, da chiunque altro si conosca o di cui si conosca l'esistenza) la prova risolutiva di come si sia un 'individuo' fatto, o fattosi, 'diverso dagli altri'. Quando si tratta dell'obbligo di dissentire e di distinguersi, nessuno può osare di dissentire o distinguersi.
In una società di individui ciascuno deve essere un individuo: almeno in questo senso, chi fa parte di una simile società è tutto fuorché un individuo diverso dagli altri, o addirittura unico. Al contrario, ciascuno è incredibilmente uguale altri altri, in quanto deve seguire la stessa strategia di vita e deve utilizzare segni condivisi - ossia comunemente riconoscibili e intellegibili - per convincere gli altri che lo stanno facendo. In materia di individualità non esistono scelte individuali. In questo caso il dilemma "essere o non essere" non si pone affatto.
Paradossalmente, l''individualità' è legata allo "spirito della folla": è quest'ultima ad imporla. Essere un individuo significa essere uguale, anzi identico, a chiunque altro faccia parte della folla. In tale situazione, in cui l'individualità è un "obbligo universale" e la difficoltà in cui ognuno si dibatte, l'unico atto che farebbe veramente di me un individuo, un soggetto diverso dagli altri, sarebbe cercare - in modo sconcertante, sorprendente - di non essere un individuo: ammesso di potercela fare, e comunque rassegnandomi alle conseguenze (molto spiacevoli) di tale scelta...
Un rompicapo terribile, dunque. Non sorprende che la tremenda esigenza di individualità ci tenga occupati di giorno e svegli di notte... e in realtà non è nemmeno un semplice rompicapo, una mera contraddizione logica (possedimento esclusivo e preoccupazione privata dei filosofi, che, si sa, sono sempre pronti a scendere in guerra contro assurdità e contraddizioni, anche quando chi non si interessa di filosofia riesce a convivere pacificamente, e quasi senza accorgersene, con esse). Il rompicapo di cui parliamo esprime un compito assolutamente pratico, per completare il quale serve tutta la vita, per così dire 'dalla culla alla bara'. In una società di individui come la nostra "società individualizzata", a ciascuno di noi è richiesto di essere un individuo, e tutti noi desideriamo ardentemente esserlo e ci impegniamo profondamente a tal fine.
Poiché "essere un individuo" viene normalmente tradotto come "essere diverso dagli altri", e poiché è 'me', al mio io, che si rivolgono l'invito e l'aspettativa a emergere e a distinguersi dagli altri, il compito appare intrinsecamente autoreferenziale. Non sembra esserci altra possibilità se non quella di farsi consigliare sul modo migliore per addentrarsi sempre più profondamente all''interno' di sé stessi, in quella che è certamente la nicchia più privata e protetta di un mondo di esperienza che per il resto somiglia a un affollato e rumoroso bazar. Cerco il "vero me stesso", che suppongo nascosto da qualche parte nell'oscurità del mio essere originario, non condizionato (non inquinato, né soffocato, né deformato) dalle pressioni esterne. E libero dal suo involucro l'ideale d''individualità intesa come autenticità, come "essere vero verso me stesso", il "vero me stesso". Mi cimento in una sorta di "introspezione fenomenologica" alla Husserl (per quanto spesso casareccia e frettolosa) nella mia 'soggettività' autentica e non contraffatta, realmente "trascendentale", attraverso una penosa opera di "riduzione fenomenologica" con cui "metto in epoché", ossia metto fra parentesi, sospendo, recido ed elimino qualsiasi elemento 'estraneo' che riconosco di aver importato dall'esterno.
Ecco quindi che prestiamo speciale ascolto alle emozioni e ai sentimenti che si agitano dentro di noi: ci appare, questo, un modo sensato di procedere, dal momento che le sensazioni - a differenza della distaccata e imparziale ragione, universalmente condivisa, o almeno 'condivisibile' - non sono 'impersonali', ma mie, e mie soltanto. Esse, dal momento che non possono essere comunicate con un linguaggio 'oggettivo' (o almeno non possono esserlo completamente in modo soddisfacente per noi e per chi ascolta), né condivise totalmente e senza residui, ci appaiono come l'habitat naturale di tutto ciò che è privato e individuale. I sentimenti intrinsecamente soggettivi sono l'epitome stessa dell''unicità'.
Diligentemente restiamo in ascolto delle voci "di dentro": eppure difficilmente saremo mai convinti del tutto e al di là di ogni ragionevole dubbio che le voci non siano state fraintese, che le abbiamo ascoltate a sufficienza da poter prendere una decisione o pronunciare una sentenza. È evidente che non possiamo fare a meno di qualcuno che ci aiuti a interpretare ciò che udiamo, anche solo per rassicurarci sulla fondatezza delle nostre ipotesi. Quando si vuole, un modo si trova sempre, e quando c'è una domanda l'offerta non si fa mai attendere troppo. Nella nostra società di individui disperatamente in cerca della propria individualità non manca chi, sulla base della propria qualifica, o magari di una semplice autocertificazione, ci offre il uso aiuto (naturalmente al giusto prezzo) per farci da guida nelle oscure segrete della nostra anima, dove si troverebbe imprigionato il nostro io che lotta per uscire alla luce.
[...] Molto spesso il viaggio alla scoperta di sé si perde in una fiera globale in cui le ricette per l'individualità vengono offerte a buon mercato [...] e in cui qualsiasi kit di montaggio esposto in vetrina è in realtà un prodotto industriale di massa all'ultimo grido. Ed è allora deludente vedere come il valore delle caratteristiche meno comuni - quelle veramente individuali - del proprio io possa essere riconosciuto solamente dopo che esse sono state convertite nella valuta più comune e più largamente usata.
In breve l'individualità, in quanto atto di emancipazione personale e di autoaffermazione, appare gravata da una aporia congenita, da una contraddizione insanabile. Essa ha bisogno della società sia come culla che come punto d'arrivo. Chiunque cerchi la propria individualità dimenticando, respingendo o sottovalutando tale sobria/oscura verità si candida a una condizione di frustrazione. L'individualità è un compito che la società degli individui assegna ai suoi membri - un compito individuale, da svolgere individualmente, sulla base delle proprie risorse individuali. E tuttavia questo compito è auto-contraddittorio e votato alla sconfitta: anzi, impossibile da svolgere.
[...] Il termine 'individuo' affiorò alla consapevolezza della società (occidentale) nel XVII secolo, agli albori dell'età moderna. Esso esprimeva un compito, non immediatamente intuibile dal nome datogli fin dall'inizio: il termine, di derivazione latina, implica in primo luogo e principalmente - come il greco a-tom - l'attributo dell'indivisibilità. Esso faceva dunque riferimento soltanto al fatto, in sé banale, che se si suddivide la totalità della popolazione umana in elementi costitutivi sempre più piccoli, tale operazione si dovrà arrestare quando si arriva al livello della singola persona: l'individuo infatti è l'unità più piccola in cui sia ancora possibile attribuire la qualità dell''umanità', esattamente come l'atomo di ossigeno è l'unità più piccola dotata delle caratteristiche di quell'elemento chimico. In sé il nome non definiva l'unicità del suo titolare (gli atomi dello stesso elemento sono indistinguibili gli uni dagli altri). La caratteristica dell''unicità', l'"essere diversi dagli altri" (l'ipséité di Paul Ricoeur) fu certamente aggiunto al campo semantico del termine come una sorta di ripensamento, a seguito dell'interpretazione e della riflessione sui contesti in cui i suoi usi sociali erano collocati e rimanevano chiusi.
Tali aggiunte sopraggiunsero in un secondo tempo, ma presero ben presto il sopravvento, colonizzando tutto lo spazio semantico del termine ed emarginando, se non addirittura espellendo totalmente, i significati preesistenti. Quando oggi si sente pronunciare la parola 'individuo' difficilmente si pensa all''indivisibilità'; al contrario, l''individuo' (proprio come l'atomo della chimica fisica) fa riferimento a una struttura complessa ed eterogenea fatta di elementi altamente separabili, raccolti in unità precaria e fragile da una combinazione di attrazione e repulsione, di forza centripete e centrifughe, in un equilibrio dinamico, mobile e costantemente instabile. L'accento cade soprattutto sull'auto-contenimento di quest'aggregato complesso, e sul compito di attenuare i continui scontri tra elementi eteronomi e introdurre una quale armonia nella loro sconcertante verità. e cade anche sulla necessità di realizzare tale compito dentro quell'aggregato, con gli strumenti disponibili al suo interno. 'Individualità' significa oggi, prima di qualsiasi altra cosa, autonomia della persona, dove la prima viene percepita come diritto e dovere della seconda. Prima di qualsiasi altra cosa, l'affermazione "sono un individuo" implica che io sono responsabile dei miei pregi e dei miei difetti e che è mio compito sviluppare quelli e rammaricarmi per questi, cercando di porvi rimedio.
In quanto compito, l'individualità è un prodotto finale della trasformazione societaria, camuffato da scoperta personale. Nella fase iniziale di tale trasformazione lo studente Karl Marx osservava che quando il sole tramonta le falene cercano la luce delle lampade, la cui attrazione cresce man mano che sul mondo esterno cala l'oscurità. L'ascesa dell'individualismo è stata la spia del progressivo indebolimento - per disintegrazione o distruzione - della fitta rete di legami sociali che avviluppava strettamente la totalità della attività della vita. Essa esprimeva il fatto che la comunità era sempre meno capace e/o interessata a regolare normativamente la vita dei suoi membri.
da Vita liquida, Zygmunt Bauman
Nessun commento:
Posta un commento