21 marzo 2013

Ci siamo sbagliati

[10 marzo: Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato] Ieri notte ho avuto un dialogo immaginario molto importante con Nico, il mio nuovo maestro di chitarra, e ho capito una delle quattro cose più importanti: posso suonare.
Non sono mai stata un buon leader, ma un ottimo numero 2, quello sì, 'na cifra, perché ho sempre sofferto delle pressioni derivanti dalle aspettative relative alla carica di un numero 1, e poi non mi sono mai piaciute le riunioni in uniforme linda e pinta, le premiazioni pubbliche, i discorsi, insomma le formalità. "Ci penso io", è sempre stato questo il mio motto, perché non mi pesava impiegare tutte le mie energie nei compiti assegnati alla mia squadra, perché non era disperse e incanalate in direzioni diverse, che l'ansia era bravissima a creare nei momenti meno opportuni. È da un po' di tempo che non faccio più parte di un gruppo e la cosa più difficile è impiegare le energie, che mi avanzano a pacchi, per me solamente. Credo di essere l'unica persona sulla faccia della Terra ad aver abbracciato con serenità il fatto che la routine mi corrobori, piuttosto che distruggermi. E se certe azioni diventano meccaniche, potrò andare a risparmio energetico, e impiegare tutte le mie forze per realizzarmi, anche se a volte sembra che non sia questo il mio obbiettivo principale (è fatto di tanti altri piccoli obbiettivi, ma la meta rimane sempre la stessa).
Le lezioni di chitarra e Nico specialmente mi trasmettono molta calma perché sto cominciando a capire che la musica è matematica, e abbraccio serenamente anche questo. Il mio cruccio è sempre stato, oltre all'ansia di dover rendere, dato che sono riuscita a far contaminare da mia madre anche la mia ora nella scuola di musica, la sicurezza, che non riuscivo ad acquisire pur avendo una buona base tecnica. Mi sono sempre sentita un babbuino, convinta di non possedere l'estro, il genio. Posso tornare indietro, perché questo è un altro di quei sentieri tracciati dalla zona nera (di chi, boh). E posso continuare a suonare, con la sicurezza di non dover diventare per forza Qualcuno, di non dover aver per forza la parte solista (quant'è bello esser parte di un tutto!!!), di non dover per forza rimorchiare con un paio di canzoni dei Pink Floyd. Ecco, il fatto che non riesca a suonarle come vorrei io - o come vuole che io voglia (ma esiste davvero tutto questo processo oppure sto facendo tutto da sola? boh) - penso non sia dovuto al fatto che io sia una pippa totale, quanto al fatto che non li ho vissuti, come invece sto vivendo adesso i Radiohead. Non c'è niente di male nel presente, che è il massimo - e anche l'unico - che possiamo percepire e interpretare. E abbraccio serenamente anche questo, sebbene sia ancora presente quella parte di me che ha nostalgia di quelle epoche d'oro mai vissute (stavo pensando stamattina in macchina, mentre mamma mi diceva di dire delle preghierine per nonno visto che oggi è l'anniversario della sua morte e mentre mi raccontava la mattina in cui era successo e io tra me e me dicevo: "masticazziiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii", che non è ingiusto fottesegare qualcosa perché non lo ricordiamo e di conseguenza non ricordiamo nemmeno il suo valore).
Poi ci sono delle persone che rimangono sempre dietro il vetro a guardarti, ma non come dei rattusi, piuttosto come dei supervisori timidini, e non è che ritornino: a tornare sono stata io, e, come dice il fraticello, siamo noi che chiudiamo la porta, ma dall'altra parte si ama allo stesso modo, e durante l'omelia mi sono chiesta, un po' colpevole (di esser)e un po' miserabile, che cosa potrebbe succedere se R. tornasse come il figliol prodigo, se ricomincerei (io, perché come al solito faccio tutto io, eheh) dove ho interrotto, sempre che l'abbia fatto.
Comunque sono contenta delle persone che ho vicino a me, perché le ho scelte. Ci sono sempre i vigliacchi, ovvio, e la storia è un continuo ripetersi, con la sola differenza che pare che la comunicazione faccia sempre più schifo (eppure siamo arrivati a questo, ma boh non facciamo altro che far finta di non capire e di porre la nostra faccia sopra quella di tutti quelli che abbiamo di fronte, fino a che poi non rimane niente, neanche uno straccetto di pelle), però voglio tenermele strette le poche cose belle che sono riuscita pian piano a costruirmi: da un lato la mia musica, i miei rapporti, il mio appartamento immaginario - rimane lì e un giorno potrò tirarlo fuori dalla mia mente -, i miei eroi, le mie vette - che è meglio che non guardi sennò col cavolo che arrivo in cima; dall'altro c'è quello che non ho (ancora): la mia Isola, il mio posto, a quanto pare anche il mio destino. Non posso fare a meno di arrabbiarmi perché potrebbe bastarmi quello che ho (quel poco che ho capito di avere), ma, in un modo o nell'altro riesco solamente a riscrivere la storia, le sue parti più stupide e vergognose, e ad attuare errori di comunicazione, uno dietro l'altro. Non ho avuto un buon insegnante, ma per questo motivo sono destinata al mutismo? Che almeno questo sia una mia scelta!
Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra.

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