Lammerda, affogo nella merda, e non riesco più a distinguere la pazzia dalla malvagità, tanto su di me hanno entrambe lo stesso effetto. Entrambe mi hanno trascinato in fondo, più di quanto lo sia già chi mi ha premuto la mano sulla testa. Come un'estate di tanti anni fa: a Scalea, siamo riusciti - io, mia sorella e la famiglia con cui a quel tempo condividevamo vacanze e festività - a convincere mia madre a farsi il bagno. Pur essendo nata e cresciuta in un paese di mare, che, prima di conoscere la fortuna - o la sfortuna - della dea bendata e una somma enorme di denaro piovuto dal cielo, faceva del mare la sua ragione di esistenza, mia madre non sa nuotare. Si giustifica sempre dicendo che mia nonna la minacciava, che se dalla terrazza la vedeva scendere in spiaggia e farsi il bagno, l'avrebbe chien 'e mazz. Ora, con tutta la buona volontà, l'occhio di falco di mia nonna, e la particolare conformazione del paese, mia madre avrebbe comunque potuto farsi tutte le nuotate del mondo, ma, per la paura di ricevere schiaffi supplementari agli ordinari, se ne stava seduta, in casa a ricamare, a leggere di nascosto in bagno. L'anno scorso doveva andare a un corso di nuoto, ma ormai lei sta bene così, non ne ha bisogno. Il treno è passato, e non mi va di forzarla. Anche perché mi ricordo cosa è successo a Scalea, e se ci penso mi viene un po' da ridere, ma poi mi ricordo la faccia terrorizzata di mia madre, con la mascella serrata e i denti che digrignavano. Eravamo riusciti a portarla in un punto non troppo alto ma abbastanza per nuotare senza farsi venire i lividi alle ginocchia per l'urto con i sassi. Forse non avevamo proprio considerato il fondale sassoso, che se per sbaglio metti un piedi nel punto sbagliato scivoli e ti fai pure tanto male. Probabilmente è successo questo a mamma, però ai lati aveva mia sorella e un'amica nostra, così, nel panico, si è aggrappata a loro, con la forza dei pazzi come dice spesso mia madre per mettermi in guardia da eventuali stupratori appostati dietro l'angolo "Chìll, co a forz d'ii pàzz, t fà nouv nouv!", e ha spinto loro giù in acqua per ritornare lei a galla, e più loro annaspando cercavano di risalire e di farla ragionare, più mia madre si irrigidiva. Io non sapevo che fare, ero pietrificata. Non mi ricordo come siamo tornati a riva, ma ci siamo tornati. Mia sorella era furibonda, l'altra amica non ne parliamo, è una ragazza molto alta ma magrissima, quindi ha sofferto sicuramente più di mia sorella. E mia madre si giustificava. "Voi non capite!"
La pazzia e la malvagità mi hanno fatto affogare quasi, e io le ho lasciate fare, perchè, se significava far sopravvivere il proprietario della mano che mi spingeva giù, spingendo su spalle, cranio e schiena, io sentivo che era giusto così. Era per lui. Niente importava che lui fosse irrimediabilmente incurabile e interrotto, che ne fosse consapevole e ci sguazzasse nell'inesattezza della sua vita arida di emozioni e amicizie e tragicomicamente solitaria, che mi tenesse legato a sé perché aveva captato che dentro di me c'era qualcosa che poteva risucchiare per tenersi in vita. L'ex principale di mia madre riportava spesso un aneddoto, che un matto faceva notare come l'insegna che reca la scritta manicomio stia al di fuori della struttura, perché i matti non stanno dentro, ma stanno fuori!
Questo me l'ha ricordato ieri mia madre, quando sono tornata a casa elettrica e sfinita. Sconcertata, delusa, amareggiata, offesa, ferita. Affamata, perché nemmeno la soddisfazione di un dolce e pieno piacere mi hanno trattenuta e appagata, completamente, in tutto questo tempo. Svuotata? No. Incazzata? Ecco, sì, più o meno. Però sto male, cazzo se sto male. Divisa tra Secretly degli Skunk Anansie e Evil degli Interpol. E non riesco a fare niente senza che nasca un ricordo, una fitta. Marshall ci ha messo 67 giorni per riprendersi, io chissà quanto tempo ci metterò. Credevo di essere tutto per lui, ma era lui a essere tutto per me, assorbita completamente dal mio ruolo di crocerossina, e ora, che non gli servo più.... Beh, a quanto pare sono facilmente sostituibile ^_^
Tra una settimana sarà esattamente un anno, un anno passato a lottare contro i mulini a vento, a cercare di costruire qualcosa su delle fondamenta marce. Le cose belle già non me le ricordo più.
Un assai lungo momento è il soffrire.
Noi non possiamo dividerlo per stagioni, ma soltanto renderci conto dei suoi modi e calcolarne i ritorni. Per noi, il tempo stesso non cammina; e sembra piuttosto descrivere un circolo intorno ad un centro di dolore. La paralizzatrice immobilità di un'esistenza in cui ogni particolare è regolato da un immutevole despota (in modo che noi mangiamo, beviamo, dormiamo e preghiamo o, almeno, c'inginocchiamo per pregare, secondo le leggi di una formula ferrea); questo carattere statico che rende, fino nei più piccoli atti, ogni giornata uguale alla precedente, pare che si comunichi a tutte quelle forze esterne delle quali l'essenza consiste appunto in un mutamento continuo.
Noi non sappiano nulla del periodo della semina o del raccolto, dei mietitori proni in mezzo alle spighe, o dei vendemmiatori sparsi tra i vigneti; nulla sappiamo dei prati verdi che gli alberi di primavera nevicano di petali e che gli alberi del verziere, in autunno, cospargono di frutti maturi, e nulla mai ne possiamo sapere.
Per noi non c'è che una stagione: quella del dolore. Sembra che ci abbiano anche defraudato del sole e della luna. Fuori il cielo può essere d'azzurro e d'oro, ma la grossa vetrata del piccolo abbaino dalle sbarre di ferro sotto cui ci si accuccia non lascia filtrare appena appena che una povera luce sporca. Dentro le celle c'è sempre semioscurità del crepuscolo; e il crepuscolo invade pure ogni cuore.
Nell'orbita del pensiero, come in quella del tempo, il moto non esiste più.
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