- visitare tutti i posti postati su http://oessa.tumblr.com/;
- fare un lavoro bbillu tipo: a) suonare ai matrimoni; b) lavorare per il national geographic; c) fare la prof di lettere al ginnasio e accompagnare i pupi ai campiscuola; d) correttrice di bozze o simili; e) la Iena.;
- avere un appartamento tutto bianco, con tanti quadri, tanti animali e tante piante;
- avere un fidanzato bello con tanti tatuaggi;
- cucinare minestre e zuppe tutti i giorni;
- non aver paura delle macchinette;
- passeggiare una mezz'ora al giorno in un parco e imparare a riconoscere alberi, foglie etc;
- avere una cucina con l'isola, attorno alla quale sorseggiare vino con i miei amiki fescion.
23 aprile 2013
Aspettando di essere libera dal giudizio, dalla cultura, dalla tristezza e dalle scelte delle mia famiglia - perché posso solo aspettare: se agisco di testa mia va a finire che rafforzo una o più maglie della catena -, penso alle cose belle cose voglio fare/avere quando sarò finalmente sola:
4 aprile 2013
Remember Me as a Time of Day
Non sono una di quelle persone che, avendo una fifa nera per il futuro, se ne va a ritroso con la memoria, analizzando ogni cosa positiva di un passato perfetto che ora non si possiede più e che quindi non si può vivere più, rigirandosela fra le dita. Mi ha sempre fatto schifo tutto, non rischio di finire come il tipo e la tipa in Midnight in Paris. Piuttosto potrei andare a ripescare un passato che non ho vissuto - anche se, se uno vuole tornarsene indietro è perché non l'ha vissuto abbastanza bene per finirla lì, e non perché uuuh che bello lì si che ero felice ma che cazzo dici, mica lo sapevi che eri felice in quel momento - ma lì sarebbe veramente rischioso, non proprio un bell'affare. Oggi sono stata malissimo e non ho avuto proprio paura del futuro, l'ho proprio rifiutato, tanto mi facevano - e mi fanno, ma Richie Tenenbaum e gli Explosions in the sky mi hanno calmata un po' - schifo passato, presente e quell'accenno di futuro che mi si prospetta. Tutta merda. Vorrei tornare indietro alla mia adolescenza di merda per potermi rinchiudere nel mio 'studio' al pianterreno, con i miei giochi, i libri, i fumetti, i cartoncini e i gessetti, la chitarra, gli spartiti, lo stereo, l'armadio bianco, le due scrivanie, la sedia rossa con le rotelle, ed ecco che non mi ricordo più niente dell'unico posto in cui mi sia mai sentita in pace. Mi sento un po', un bel po' adolescente nel mio essere evitante a tutti i costi. Oggi sono stata veramente un sacco male, ma un sacco proprio.
1 aprile 2013
Il motivo per cui mi frega zero di andare in giro come fossi una barbona è che così posso avere la scusa di non essere attraente per come mi concio, e non perché non lo sono veramente. E poi sono tanto pigra.
Ma questo piano forse mi sfianca di più di quanto potrebbe farlo scegliere lo smalto giusto, l'abbinamento giusto, i colori giusti, l'acconciatura giusta, e vedere che comunque non sono valsi a nulla.
Ho davvero quasi 22 anni? Ho i miei dubbi.
I’m wasted, losing time
I’m a foolish, fragile spine
I want all that is not mine
I want him but we’re not right
Ma questo piano forse mi sfianca di più di quanto potrebbe farlo scegliere lo smalto giusto, l'abbinamento giusto, i colori giusti, l'acconciatura giusta, e vedere che comunque non sono valsi a nulla.
Ho davvero quasi 22 anni? Ho i miei dubbi.
I’m wasted, losing time
I’m a foolish, fragile spine
I want all that is not mine
I want him but we’re not right
31 marzo 2013
cose che mi infastidiscono: le persone indecise; la gente che abusa inopportunamente del punto e virgola per darsi un tono; l'educazione a dire più dell'essenziale, mettendo in crisi le persone quando le conversazioni giungono al classico punto morto; la combo immaturità (pretenziosa fotteseganza) + stupidità.
28 marzo 2013
da The Big Kahuna
Goditi potere e bellezza della tua gioventù.
Non ci pensare.
Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite.
Ma credimi, tra vent'anni guarderai quelle tue vecchie foto,
e in un modo che non puoi immaginare adesso.
Quante possibilità avevi di fronte e che aspetto magnifico avevi!
Non eri per niente grasso come ti sembrava.
Non preoccuparti del futuro.
Oppure preoccupati, ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un'equazione algebrica.
I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non t'erano mai passate per la mente.
Di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.
Fa' una cosa, ogni giorno che sei spaventato: canta!
Non esser crudele col cuore degli altri.
Non tollerare la gente che è crudele col tuo.
Lavati i denti.
Non perder tempo con l'invidia.
A volte sei in testa.
A volte resti indietro.
La corsa è lunga e alla fine è solo con te stesso.
Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti.
Se ci riesci veramente dimmi come si fa.
Conserva tutte le vecchie lettere d'amore, butta i vecchi estratti conto.
Rilassati.
Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita.
Le persone più interessanti che conosco, a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita.
I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.
Prendi molto calcio.
Sii gentile con le tue ginocchia, quando saranno partite ti mancheranno.
Forse ti sposerai o forse no.
Forse avrai figli o forse no.
Forse divorzierai a quarant'anni.
Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio.
Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso, ma non rimproverarti neanche.
Le tue scelte sono scommesse.
Come quelle di chiunque altro.
Goditi il tuo corpo.
Usalo in tutti i modi che puoi.
Senza paura e senza temere quel che pensa la gente.
È il più grande strumento che potrai mai avere.
Balla.
Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.
Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai.
Non leggere le riviste di bellezza.
Ti faranno solo sentire orrendo.
Cerca di conoscere i tuoi genitori.
Non puoi sapere quando se ne andranno per sempre.
Tratta bene i tuoi fratelli.
Sono il migliore legame con il passato e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro.
Renditi conto che gli amici vanno e vengono.
Ma alcuni, i più preziosi, rimarranno.
Datti da fare per colmare le distanze geografiche e di stili di vita, perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane.
Vivi a New York per un po', ma lasciala prima che ti indurisca.
Vivi anche in California per un po', ma lasciala prima che ti rammollisca.
Non fare pasticci coi capelli, se no quando avrai quarant'anni sembreranno di un ottantacinquenne.
Sii cauto nell'accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa.
I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga.
Ma accetta il consiglio... per questa volta.
Non ci pensare.
Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite.
Ma credimi, tra vent'anni guarderai quelle tue vecchie foto,
e in un modo che non puoi immaginare adesso.
Quante possibilità avevi di fronte e che aspetto magnifico avevi!
Non eri per niente grasso come ti sembrava.
Non preoccuparti del futuro.
Oppure preoccupati, ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un'equazione algebrica.
I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non t'erano mai passate per la mente.
Di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.
Fa' una cosa, ogni giorno che sei spaventato: canta!
Non esser crudele col cuore degli altri.
Non tollerare la gente che è crudele col tuo.
Lavati i denti.
Non perder tempo con l'invidia.
A volte sei in testa.
A volte resti indietro.
La corsa è lunga e alla fine è solo con te stesso.
Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti.
Se ci riesci veramente dimmi come si fa.
Conserva tutte le vecchie lettere d'amore, butta i vecchi estratti conto.
Rilassati.
Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita.
Le persone più interessanti che conosco, a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita.
I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.
Prendi molto calcio.
Sii gentile con le tue ginocchia, quando saranno partite ti mancheranno.
Forse ti sposerai o forse no.
Forse avrai figli o forse no.
Forse divorzierai a quarant'anni.
Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio.
Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso, ma non rimproverarti neanche.
Le tue scelte sono scommesse.
Come quelle di chiunque altro.
Goditi il tuo corpo.
Usalo in tutti i modi che puoi.
Senza paura e senza temere quel che pensa la gente.
È il più grande strumento che potrai mai avere.
Balla.
Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.
Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai.
Non leggere le riviste di bellezza.
Ti faranno solo sentire orrendo.
Cerca di conoscere i tuoi genitori.
Non puoi sapere quando se ne andranno per sempre.
Tratta bene i tuoi fratelli.
Sono il migliore legame con il passato e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro.
Renditi conto che gli amici vanno e vengono.
Ma alcuni, i più preziosi, rimarranno.
Datti da fare per colmare le distanze geografiche e di stili di vita, perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane.
Vivi a New York per un po', ma lasciala prima che ti indurisca.
Vivi anche in California per un po', ma lasciala prima che ti rammollisca.
Non fare pasticci coi capelli, se no quando avrai quarant'anni sembreranno di un ottantacinquenne.
Sii cauto nell'accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa.
I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga.
Ma accetta il consiglio... per questa volta.
24 marzo 2013
Parlando ieri di gente che ha un perenne atteggiamento ostile nei confronti di ogni cosa, mi è venuta in mente una cosa alla quale penso spesso e forse anche troppo: mi stanno antipatiche molte pose - le pose in toto, in realtà -, ma ce ne sono due, dalle quali poi penso derivino le altre stupide inutili pose, che mi fanno proprio boh non tanto girare le palle, mi lasciano secca, come direbbe Holden, sinceramente proprio boh perché ma sei scemo? perché non muori?
Mi riferisco alle due opposte tendenze con le quali ci si approccia alla superficialità: quelle persone che rinnegano, rifiutano, fuggono, schifano e deridono i momenti di superficialità che ci si vuole concedere di tanto in tanto, giusto per ridefinire un po' i confini, dato che ormai Tutto sembra così tanto un affare di stato, che non rimane nemmeno uno straccio di tempo per parlare di capelli, di Maria de Filippi, di Peppa Pig, di ciucci e babbucce, sono compagne amate dell'altra fazione di personcine che invece si proclamano superficiali per forza, per partito preso, perché che palle che pesantezza vuoi mettere una colata di cemento su 'sti prati. A me non dà fastidio che voi sotto sotto - e neanche tanto eh, anche se tutte le sovrastrutture che vi siete creati hanno fatto sì che un po' di profondità ce l'abbiate pure voi, non so se mi spiego - siate tutti uguali, piuttosto il fatto che boh pare che vi vergognate, che dobbiate assolutamente definirvi attraverso parole e non gesti, e che quest'ansia che avete poi me la buttate addosso, per dio.
Mi riferisco alle due opposte tendenze con le quali ci si approccia alla superficialità: quelle persone che rinnegano, rifiutano, fuggono, schifano e deridono i momenti di superficialità che ci si vuole concedere di tanto in tanto, giusto per ridefinire un po' i confini, dato che ormai Tutto sembra così tanto un affare di stato, che non rimane nemmeno uno straccio di tempo per parlare di capelli, di Maria de Filippi, di Peppa Pig, di ciucci e babbucce, sono compagne amate dell'altra fazione di personcine che invece si proclamano superficiali per forza, per partito preso, perché che palle che pesantezza vuoi mettere una colata di cemento su 'sti prati. A me non dà fastidio che voi sotto sotto - e neanche tanto eh, anche se tutte le sovrastrutture che vi siete creati hanno fatto sì che un po' di profondità ce l'abbiate pure voi, non so se mi spiego - siate tutti uguali, piuttosto il fatto che boh pare che vi vergognate, che dobbiate assolutamente definirvi attraverso parole e non gesti, e che quest'ansia che avete poi me la buttate addosso, per dio.
21 marzo 2013
indie
L'eroe eponimo del film dei Monty Python Brian di Nazareth, furibondo per esser stato proclamato Messia contro la sua volontà e seguito ovunque da un'orda di adepti, cerca in tutti i modi, ma invano, di convincerli a non comportarsi come un gregge di pecore e ad andarsene. Grida loro: "siete tutti degli individui!". E il coro dei devoti gli risponde prontamente all'unisono: "Sì, siamo tutti degli individui!". Solo una voce, flebile e solitaria, replica: "Io no...". Brian allora fa un altro tentativo: "Ognuno di voi è diverso!". "Sì, ognuno di noi è diverso!", approva entusiasticamente l'assembramento di fedeli. E, di nuovo, quell'unica vocina obietta: "Io no...". A quel punto la folla inviperita si guarda intorno per linciare il dissidente, se soltanto riuscisse a trovarlo, confuso nella massa indistinta.
In questa piccola gemma della satira è racchiuso tutto l'esasperante paradosso - o meglio l'aporia - dell'individualità. Alla domanda che cosa significhi essere individui, chiunque - dai filosofi fino a coloro che non si sono mai chiesti che mestiere faccia il filosofo - darebbe più o meno una risposta del genere: essere individui significa essere diversi da chiunque altro. Un'eco remota del modo in cui dio si presenta a Mosè si può cogliere nella risposta "Io sono colui che sono", che significa: sono un essere unico, una creatura mitica, fatta - o fattasi, come dio - in modo talmente peculiare e unico che è impossibile descrivere tale unicità con parole che possano avere più di un referente.
Il guaio è che sono gli stessi 'altri' (dai quali non si può fare a meno di essere diversi) a pungolarci, spingerci, costringerci a essere diversi. È quella compagnia che si chiama 'società', di cui non si è che uno dei tanti, di quei tanti in giro e che sono più o meno familiari, ad attendersi (da me, da te, da chiunque altro si conosca o di cui si conosca l'esistenza) la prova risolutiva di come si sia un 'individuo' fatto, o fattosi, 'diverso dagli altri'. Quando si tratta dell'obbligo di dissentire e di distinguersi, nessuno può osare di dissentire o distinguersi.
In una società di individui ciascuno deve essere un individuo: almeno in questo senso, chi fa parte di una simile società è tutto fuorché un individuo diverso dagli altri, o addirittura unico. Al contrario, ciascuno è incredibilmente uguale altri altri, in quanto deve seguire la stessa strategia di vita e deve utilizzare segni condivisi - ossia comunemente riconoscibili e intellegibili - per convincere gli altri che lo stanno facendo. In materia di individualità non esistono scelte individuali. In questo caso il dilemma "essere o non essere" non si pone affatto.
Paradossalmente, l''individualità' è legata allo "spirito della folla": è quest'ultima ad imporla. Essere un individuo significa essere uguale, anzi identico, a chiunque altro faccia parte della folla. In tale situazione, in cui l'individualità è un "obbligo universale" e la difficoltà in cui ognuno si dibatte, l'unico atto che farebbe veramente di me un individuo, un soggetto diverso dagli altri, sarebbe cercare - in modo sconcertante, sorprendente - di non essere un individuo: ammesso di potercela fare, e comunque rassegnandomi alle conseguenze (molto spiacevoli) di tale scelta...
Un rompicapo terribile, dunque. Non sorprende che la tremenda esigenza di individualità ci tenga occupati di giorno e svegli di notte... e in realtà non è nemmeno un semplice rompicapo, una mera contraddizione logica (possedimento esclusivo e preoccupazione privata dei filosofi, che, si sa, sono sempre pronti a scendere in guerra contro assurdità e contraddizioni, anche quando chi non si interessa di filosofia riesce a convivere pacificamente, e quasi senza accorgersene, con esse). Il rompicapo di cui parliamo esprime un compito assolutamente pratico, per completare il quale serve tutta la vita, per così dire 'dalla culla alla bara'. In una società di individui come la nostra "società individualizzata", a ciascuno di noi è richiesto di essere un individuo, e tutti noi desideriamo ardentemente esserlo e ci impegniamo profondamente a tal fine.
Poiché "essere un individuo" viene normalmente tradotto come "essere diverso dagli altri", e poiché è 'me', al mio io, che si rivolgono l'invito e l'aspettativa a emergere e a distinguersi dagli altri, il compito appare intrinsecamente autoreferenziale. Non sembra esserci altra possibilità se non quella di farsi consigliare sul modo migliore per addentrarsi sempre più profondamente all''interno' di sé stessi, in quella che è certamente la nicchia più privata e protetta di un mondo di esperienza che per il resto somiglia a un affollato e rumoroso bazar. Cerco il "vero me stesso", che suppongo nascosto da qualche parte nell'oscurità del mio essere originario, non condizionato (non inquinato, né soffocato, né deformato) dalle pressioni esterne. E libero dal suo involucro l'ideale d''individualità intesa come autenticità, come "essere vero verso me stesso", il "vero me stesso". Mi cimento in una sorta di "introspezione fenomenologica" alla Husserl (per quanto spesso casareccia e frettolosa) nella mia 'soggettività' autentica e non contraffatta, realmente "trascendentale", attraverso una penosa opera di "riduzione fenomenologica" con cui "metto in epoché", ossia metto fra parentesi, sospendo, recido ed elimino qualsiasi elemento 'estraneo' che riconosco di aver importato dall'esterno.
Ecco quindi che prestiamo speciale ascolto alle emozioni e ai sentimenti che si agitano dentro di noi: ci appare, questo, un modo sensato di procedere, dal momento che le sensazioni - a differenza della distaccata e imparziale ragione, universalmente condivisa, o almeno 'condivisibile' - non sono 'impersonali', ma mie, e mie soltanto. Esse, dal momento che non possono essere comunicate con un linguaggio 'oggettivo' (o almeno non possono esserlo completamente in modo soddisfacente per noi e per chi ascolta), né condivise totalmente e senza residui, ci appaiono come l'habitat naturale di tutto ciò che è privato e individuale. I sentimenti intrinsecamente soggettivi sono l'epitome stessa dell''unicità'.
Diligentemente restiamo in ascolto delle voci "di dentro": eppure difficilmente saremo mai convinti del tutto e al di là di ogni ragionevole dubbio che le voci non siano state fraintese, che le abbiamo ascoltate a sufficienza da poter prendere una decisione o pronunciare una sentenza. È evidente che non possiamo fare a meno di qualcuno che ci aiuti a interpretare ciò che udiamo, anche solo per rassicurarci sulla fondatezza delle nostre ipotesi. Quando si vuole, un modo si trova sempre, e quando c'è una domanda l'offerta non si fa mai attendere troppo. Nella nostra società di individui disperatamente in cerca della propria individualità non manca chi, sulla base della propria qualifica, o magari di una semplice autocertificazione, ci offre il uso aiuto (naturalmente al giusto prezzo) per farci da guida nelle oscure segrete della nostra anima, dove si troverebbe imprigionato il nostro io che lotta per uscire alla luce.
[...] Molto spesso il viaggio alla scoperta di sé si perde in una fiera globale in cui le ricette per l'individualità vengono offerte a buon mercato [...] e in cui qualsiasi kit di montaggio esposto in vetrina è in realtà un prodotto industriale di massa all'ultimo grido. Ed è allora deludente vedere come il valore delle caratteristiche meno comuni - quelle veramente individuali - del proprio io possa essere riconosciuto solamente dopo che esse sono state convertite nella valuta più comune e più largamente usata.
In breve l'individualità, in quanto atto di emancipazione personale e di autoaffermazione, appare gravata da una aporia congenita, da una contraddizione insanabile. Essa ha bisogno della società sia come culla che come punto d'arrivo. Chiunque cerchi la propria individualità dimenticando, respingendo o sottovalutando tale sobria/oscura verità si candida a una condizione di frustrazione. L'individualità è un compito che la società degli individui assegna ai suoi membri - un compito individuale, da svolgere individualmente, sulla base delle proprie risorse individuali. E tuttavia questo compito è auto-contraddittorio e votato alla sconfitta: anzi, impossibile da svolgere.
[...] Il termine 'individuo' affiorò alla consapevolezza della società (occidentale) nel XVII secolo, agli albori dell'età moderna. Esso esprimeva un compito, non immediatamente intuibile dal nome datogli fin dall'inizio: il termine, di derivazione latina, implica in primo luogo e principalmente - come il greco a-tom - l'attributo dell'indivisibilità. Esso faceva dunque riferimento soltanto al fatto, in sé banale, che se si suddivide la totalità della popolazione umana in elementi costitutivi sempre più piccoli, tale operazione si dovrà arrestare quando si arriva al livello della singola persona: l'individuo infatti è l'unità più piccola in cui sia ancora possibile attribuire la qualità dell''umanità', esattamente come l'atomo di ossigeno è l'unità più piccola dotata delle caratteristiche di quell'elemento chimico. In sé il nome non definiva l'unicità del suo titolare (gli atomi dello stesso elemento sono indistinguibili gli uni dagli altri). La caratteristica dell''unicità', l'"essere diversi dagli altri" (l'ipséité di Paul Ricoeur) fu certamente aggiunto al campo semantico del termine come una sorta di ripensamento, a seguito dell'interpretazione e della riflessione sui contesti in cui i suoi usi sociali erano collocati e rimanevano chiusi.
Tali aggiunte sopraggiunsero in un secondo tempo, ma presero ben presto il sopravvento, colonizzando tutto lo spazio semantico del termine ed emarginando, se non addirittura espellendo totalmente, i significati preesistenti. Quando oggi si sente pronunciare la parola 'individuo' difficilmente si pensa all''indivisibilità'; al contrario, l''individuo' (proprio come l'atomo della chimica fisica) fa riferimento a una struttura complessa ed eterogenea fatta di elementi altamente separabili, raccolti in unità precaria e fragile da una combinazione di attrazione e repulsione, di forza centripete e centrifughe, in un equilibrio dinamico, mobile e costantemente instabile. L'accento cade soprattutto sull'auto-contenimento di quest'aggregato complesso, e sul compito di attenuare i continui scontri tra elementi eteronomi e introdurre una quale armonia nella loro sconcertante verità. e cade anche sulla necessità di realizzare tale compito dentro quell'aggregato, con gli strumenti disponibili al suo interno. 'Individualità' significa oggi, prima di qualsiasi altra cosa, autonomia della persona, dove la prima viene percepita come diritto e dovere della seconda. Prima di qualsiasi altra cosa, l'affermazione "sono un individuo" implica che io sono responsabile dei miei pregi e dei miei difetti e che è mio compito sviluppare quelli e rammaricarmi per questi, cercando di porvi rimedio.
In quanto compito, l'individualità è un prodotto finale della trasformazione societaria, camuffato da scoperta personale. Nella fase iniziale di tale trasformazione lo studente Karl Marx osservava che quando il sole tramonta le falene cercano la luce delle lampade, la cui attrazione cresce man mano che sul mondo esterno cala l'oscurità. L'ascesa dell'individualismo è stata la spia del progressivo indebolimento - per disintegrazione o distruzione - della fitta rete di legami sociali che avviluppava strettamente la totalità della attività della vita. Essa esprimeva il fatto che la comunità era sempre meno capace e/o interessata a regolare normativamente la vita dei suoi membri.
da Vita liquida, Zygmunt Bauman
In questa piccola gemma della satira è racchiuso tutto l'esasperante paradosso - o meglio l'aporia - dell'individualità. Alla domanda che cosa significhi essere individui, chiunque - dai filosofi fino a coloro che non si sono mai chiesti che mestiere faccia il filosofo - darebbe più o meno una risposta del genere: essere individui significa essere diversi da chiunque altro. Un'eco remota del modo in cui dio si presenta a Mosè si può cogliere nella risposta "Io sono colui che sono", che significa: sono un essere unico, una creatura mitica, fatta - o fattasi, come dio - in modo talmente peculiare e unico che è impossibile descrivere tale unicità con parole che possano avere più di un referente.
Il guaio è che sono gli stessi 'altri' (dai quali non si può fare a meno di essere diversi) a pungolarci, spingerci, costringerci a essere diversi. È quella compagnia che si chiama 'società', di cui non si è che uno dei tanti, di quei tanti in giro e che sono più o meno familiari, ad attendersi (da me, da te, da chiunque altro si conosca o di cui si conosca l'esistenza) la prova risolutiva di come si sia un 'individuo' fatto, o fattosi, 'diverso dagli altri'. Quando si tratta dell'obbligo di dissentire e di distinguersi, nessuno può osare di dissentire o distinguersi.
In una società di individui ciascuno deve essere un individuo: almeno in questo senso, chi fa parte di una simile società è tutto fuorché un individuo diverso dagli altri, o addirittura unico. Al contrario, ciascuno è incredibilmente uguale altri altri, in quanto deve seguire la stessa strategia di vita e deve utilizzare segni condivisi - ossia comunemente riconoscibili e intellegibili - per convincere gli altri che lo stanno facendo. In materia di individualità non esistono scelte individuali. In questo caso il dilemma "essere o non essere" non si pone affatto.
Paradossalmente, l''individualità' è legata allo "spirito della folla": è quest'ultima ad imporla. Essere un individuo significa essere uguale, anzi identico, a chiunque altro faccia parte della folla. In tale situazione, in cui l'individualità è un "obbligo universale" e la difficoltà in cui ognuno si dibatte, l'unico atto che farebbe veramente di me un individuo, un soggetto diverso dagli altri, sarebbe cercare - in modo sconcertante, sorprendente - di non essere un individuo: ammesso di potercela fare, e comunque rassegnandomi alle conseguenze (molto spiacevoli) di tale scelta...
Un rompicapo terribile, dunque. Non sorprende che la tremenda esigenza di individualità ci tenga occupati di giorno e svegli di notte... e in realtà non è nemmeno un semplice rompicapo, una mera contraddizione logica (possedimento esclusivo e preoccupazione privata dei filosofi, che, si sa, sono sempre pronti a scendere in guerra contro assurdità e contraddizioni, anche quando chi non si interessa di filosofia riesce a convivere pacificamente, e quasi senza accorgersene, con esse). Il rompicapo di cui parliamo esprime un compito assolutamente pratico, per completare il quale serve tutta la vita, per così dire 'dalla culla alla bara'. In una società di individui come la nostra "società individualizzata", a ciascuno di noi è richiesto di essere un individuo, e tutti noi desideriamo ardentemente esserlo e ci impegniamo profondamente a tal fine.
Poiché "essere un individuo" viene normalmente tradotto come "essere diverso dagli altri", e poiché è 'me', al mio io, che si rivolgono l'invito e l'aspettativa a emergere e a distinguersi dagli altri, il compito appare intrinsecamente autoreferenziale. Non sembra esserci altra possibilità se non quella di farsi consigliare sul modo migliore per addentrarsi sempre più profondamente all''interno' di sé stessi, in quella che è certamente la nicchia più privata e protetta di un mondo di esperienza che per il resto somiglia a un affollato e rumoroso bazar. Cerco il "vero me stesso", che suppongo nascosto da qualche parte nell'oscurità del mio essere originario, non condizionato (non inquinato, né soffocato, né deformato) dalle pressioni esterne. E libero dal suo involucro l'ideale d''individualità intesa come autenticità, come "essere vero verso me stesso", il "vero me stesso". Mi cimento in una sorta di "introspezione fenomenologica" alla Husserl (per quanto spesso casareccia e frettolosa) nella mia 'soggettività' autentica e non contraffatta, realmente "trascendentale", attraverso una penosa opera di "riduzione fenomenologica" con cui "metto in epoché", ossia metto fra parentesi, sospendo, recido ed elimino qualsiasi elemento 'estraneo' che riconosco di aver importato dall'esterno.
Ecco quindi che prestiamo speciale ascolto alle emozioni e ai sentimenti che si agitano dentro di noi: ci appare, questo, un modo sensato di procedere, dal momento che le sensazioni - a differenza della distaccata e imparziale ragione, universalmente condivisa, o almeno 'condivisibile' - non sono 'impersonali', ma mie, e mie soltanto. Esse, dal momento che non possono essere comunicate con un linguaggio 'oggettivo' (o almeno non possono esserlo completamente in modo soddisfacente per noi e per chi ascolta), né condivise totalmente e senza residui, ci appaiono come l'habitat naturale di tutto ciò che è privato e individuale. I sentimenti intrinsecamente soggettivi sono l'epitome stessa dell''unicità'.
Diligentemente restiamo in ascolto delle voci "di dentro": eppure difficilmente saremo mai convinti del tutto e al di là di ogni ragionevole dubbio che le voci non siano state fraintese, che le abbiamo ascoltate a sufficienza da poter prendere una decisione o pronunciare una sentenza. È evidente che non possiamo fare a meno di qualcuno che ci aiuti a interpretare ciò che udiamo, anche solo per rassicurarci sulla fondatezza delle nostre ipotesi. Quando si vuole, un modo si trova sempre, e quando c'è una domanda l'offerta non si fa mai attendere troppo. Nella nostra società di individui disperatamente in cerca della propria individualità non manca chi, sulla base della propria qualifica, o magari di una semplice autocertificazione, ci offre il uso aiuto (naturalmente al giusto prezzo) per farci da guida nelle oscure segrete della nostra anima, dove si troverebbe imprigionato il nostro io che lotta per uscire alla luce.
[...] Molto spesso il viaggio alla scoperta di sé si perde in una fiera globale in cui le ricette per l'individualità vengono offerte a buon mercato [...] e in cui qualsiasi kit di montaggio esposto in vetrina è in realtà un prodotto industriale di massa all'ultimo grido. Ed è allora deludente vedere come il valore delle caratteristiche meno comuni - quelle veramente individuali - del proprio io possa essere riconosciuto solamente dopo che esse sono state convertite nella valuta più comune e più largamente usata.
In breve l'individualità, in quanto atto di emancipazione personale e di autoaffermazione, appare gravata da una aporia congenita, da una contraddizione insanabile. Essa ha bisogno della società sia come culla che come punto d'arrivo. Chiunque cerchi la propria individualità dimenticando, respingendo o sottovalutando tale sobria/oscura verità si candida a una condizione di frustrazione. L'individualità è un compito che la società degli individui assegna ai suoi membri - un compito individuale, da svolgere individualmente, sulla base delle proprie risorse individuali. E tuttavia questo compito è auto-contraddittorio e votato alla sconfitta: anzi, impossibile da svolgere.
[...] Il termine 'individuo' affiorò alla consapevolezza della società (occidentale) nel XVII secolo, agli albori dell'età moderna. Esso esprimeva un compito, non immediatamente intuibile dal nome datogli fin dall'inizio: il termine, di derivazione latina, implica in primo luogo e principalmente - come il greco a-tom - l'attributo dell'indivisibilità. Esso faceva dunque riferimento soltanto al fatto, in sé banale, che se si suddivide la totalità della popolazione umana in elementi costitutivi sempre più piccoli, tale operazione si dovrà arrestare quando si arriva al livello della singola persona: l'individuo infatti è l'unità più piccola in cui sia ancora possibile attribuire la qualità dell''umanità', esattamente come l'atomo di ossigeno è l'unità più piccola dotata delle caratteristiche di quell'elemento chimico. In sé il nome non definiva l'unicità del suo titolare (gli atomi dello stesso elemento sono indistinguibili gli uni dagli altri). La caratteristica dell''unicità', l'"essere diversi dagli altri" (l'ipséité di Paul Ricoeur) fu certamente aggiunto al campo semantico del termine come una sorta di ripensamento, a seguito dell'interpretazione e della riflessione sui contesti in cui i suoi usi sociali erano collocati e rimanevano chiusi.
Tali aggiunte sopraggiunsero in un secondo tempo, ma presero ben presto il sopravvento, colonizzando tutto lo spazio semantico del termine ed emarginando, se non addirittura espellendo totalmente, i significati preesistenti. Quando oggi si sente pronunciare la parola 'individuo' difficilmente si pensa all''indivisibilità'; al contrario, l''individuo' (proprio come l'atomo della chimica fisica) fa riferimento a una struttura complessa ed eterogenea fatta di elementi altamente separabili, raccolti in unità precaria e fragile da una combinazione di attrazione e repulsione, di forza centripete e centrifughe, in un equilibrio dinamico, mobile e costantemente instabile. L'accento cade soprattutto sull'auto-contenimento di quest'aggregato complesso, e sul compito di attenuare i continui scontri tra elementi eteronomi e introdurre una quale armonia nella loro sconcertante verità. e cade anche sulla necessità di realizzare tale compito dentro quell'aggregato, con gli strumenti disponibili al suo interno. 'Individualità' significa oggi, prima di qualsiasi altra cosa, autonomia della persona, dove la prima viene percepita come diritto e dovere della seconda. Prima di qualsiasi altra cosa, l'affermazione "sono un individuo" implica che io sono responsabile dei miei pregi e dei miei difetti e che è mio compito sviluppare quelli e rammaricarmi per questi, cercando di porvi rimedio.
In quanto compito, l'individualità è un prodotto finale della trasformazione societaria, camuffato da scoperta personale. Nella fase iniziale di tale trasformazione lo studente Karl Marx osservava che quando il sole tramonta le falene cercano la luce delle lampade, la cui attrazione cresce man mano che sul mondo esterno cala l'oscurità. L'ascesa dell'individualismo è stata la spia del progressivo indebolimento - per disintegrazione o distruzione - della fitta rete di legami sociali che avviluppava strettamente la totalità della attività della vita. Essa esprimeva il fatto che la comunità era sempre meno capace e/o interessata a regolare normativamente la vita dei suoi membri.
da Vita liquida, Zygmunt Bauman
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