11 marzo 2012

Volevo scriverti molte cose, ma non ne ho più voglia, ne sento l'inutilità

Visto che oggi ho realizzato uno dei tanti sogni della mia vita, cioè incontrare Jonathan Coe, mi pare doveroso fare un fermo immagine su tutto quello che ha circondato questo incontro. Durante il Padre Nostro ci siamo dati la mano come impongono i rituali scoutistici, solo che tu non me l'hai stretta forte all'Amen; poi qualche battuta ce la siamo pure scambiata, a dire il vero ho cercato il dialogo, ti ho chiamato per nome, l'ho detto ad alta voce, hai visto una macchina da scrivere su un bancone e sono venuta a vederla anch'io, ma ho fatto tutto io, come sempre, e ho desiderato avere la capacità di ordinare tutto e dare un senso alla passività che segue la sconfitta come Coe fa con i suoi libri, scegliere veramente almeno nella finzione, invece io faccio scelte di contorno, quelle che potrebbero farmi stare bene non so dove le metto, forse dove non arriva nemmeno la coda dell'occhio. Con il Lanzichenecco niente, pensavo che avremmo potuto cantare Wake up e che lui avrebbe potuto insegnarmi quello che sapeva della poesia come io invece avrei potuto insegnarli tutto sulla scultura, che lui avrebbe potuto leggermi sempre bene come la prima volta, invece niente, rotolo all'inizio, sento l'inutilità dei nostri discorsi, dei nostri incontri, che non sono e non saranno mai come me li figuro in testa ogni volta, né illuminanti e commoventi come quello di oggi, con il mio mito. Ho provato a fargli capire cosa sia la mia fede, ma non ha capito, e ho avuto lo stesso lampo di oggi pomeriggio, quando un'altra volta mi sono sentita rifiutata dalla mia stessa vita. "E ora a chi lo racconto?". Dovrei ricordarmi di più di Holden, non dovrei avere sempre qualcuno a cui raccontare tutto ad alta voce per renderlo reale, e allo stesso tempo non dovrei chiudermi in me stessa come Bryan Stanley Johnson ("sei troppo sensibile" "io sono tutta sensibilità" perché non aveva pelle, né uno strato minimo di cattiveria che lo proteggesse da quella del mondo; "perché non entri in terapia?" "i miei libri sono la mia psicoterapia" peccato che con B. S. la vita non poteva essere separata dai suoi libri, che sono suoi perché c'è lui dentro, non poteva salvarsi da solo, è come un ripiegarsi su sé stesso, disinfettarsi le ferite con il proprio sangue infetto) quando capisco di non essere capita. Ma è il mio problema, lo sarà sempre, devo condividere tutto, devo avere la certezza di essere compresa, di non essere sola, di non essere l'unica a essersi ritrovata in quel libro, di non essere l'unica ad aver pianto con quella canzone, di non essere l'unica ad amare quell'albero e quelle tegole. E se poi mi scontro con la realtà piatta della gente che viene e va e che nemmeno mi urta, allora poi crollo, perché io qui sto bene, vivo bene, posso pure girare il mondo, suonare chiusa in uno stanzino o davanti a gente che non conosco e mangiare al bar da sola, ma poi ho bisogno del ritorno, di posare la borsa sulla cassapanca all'ingresso e sedermi in cucina. E chiamarti.

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