19 febbraio 2013

Oggetti smarriti

Sono molto arrabbiata, sono arrabbiata con la gente. Sono arrabbiata perché (dicono che) faccio di tutta l'erba un fascio. Sono arrabbiata perché sento che non è vero, perché mi sento sbagliata se a dire questo ↑ di me è una persona a me molto vicina. Sarò tornata veramente all'inizio - e non nel modo in cui volevo io, invocando The Scientist -, quando come un'adolescente ribellina ritenevo degni di bene solo coloro che condividevano con me la rabbia per determinate situazioni e provincialottate che si consumavano in classe, nel gruppo scout, a Monterotondo, e poi in facoltà, nel gruppo di amici che scegli, e non che ti è imposto dal principio di fratellanza di un clan, fino a Roma, tutta quanta.
Sono arrabbiata perché a quanto pare molti ritengono che sia una persona intellettuale, che dia quest'impressione di me, pur non volendo. La cosa che mi fa rabbia è che io mi ritengo una persona più che normale, perché i miei interessi sono comuni, e, anzi, penso che dovrei coltivarli più concretamente; in generale sono una persona che si adatta, che attinge da varie realtà prima di farsi un'idea su un qualcosa. Come dovrei essere? Sono diversa per questo? Io però vedo attorno a me gente che spesso ha interessi molto più particolari dei miei, che ascolta musica per me assolutamente ignota, che viaggia un sacco, che va a mostre di artisti che sinceramente boh, che veste in modo ricercato, che obbiettivamente dà l'impressione di essere diversa, perché parla e fa parlare di sé, parla dei suoi interessi, è un continuo definirsi e affermare ciò che dice di fare e ciò che quindi è, e cioè una persona intellettuale.
O intellettualoide? Queste persone in realtà non fanno niente di reale, vivono nell'ansia di apparire, di fondare la propria vita sulle foto che si fanno a eventi tipo Any given monday, sulle immagini di copertina di Facebook con libri che non hanno mai letto con umiltà (UMILTÀ!!!), si comportano come i bufali che per fare colpo sulle femmine di un altro branco cominciano a rotolarsi per terra, però loro hanno dalla loro - o almeno credono di poter maneggiare a loro piacimento - Dostoevskij e David Foster Wallace, per ritenersi una razza superiore, per auto-convincersi che loro non sono animali e per impressionare un individuo che credono che sia speciale e diverso proprio come loro. Faccio di tutta l'erba un fascio solo perché quando vedo una persona con Wayfarer, maglioncino a righe di H&M e ciuffo hipster penso che sia una persona che vuole essere diversa? Sono superficiale anche'io nell'etichettare senza pietà? O sono fin troppo critica per questo? Dall'alto della mia arroganza penso che si capisca quando una persona è costruita su principi fragili (e non suoi) e quando no. Io almeno, dall'alto della mia arroganza intellettuale, lo riesco a cogliere.
È sempre colpa mia, quindi, se quando non so nulla di un determinato argomento, preferisco tacere? So bene la differenza tra un'opinione basata sull'esperienza e quella basata su chiacchiere, citazioni e asserzioni di persone che a loro volta ne sanno poco e niente; c'è differenza tra il dire: "Guarda, Picasso non mi piace molto perché mi trasmette un senso di ansia e oppressione." e il dire "Picasso è un disturbato, le cui psicosi - tipiche dell'artista in generis - si ritrovano nei suoi destrutturatissimi dipinti; beh, sì, gli ho fatto capire, a X, chi conduceva il discorso, quando ha - miseramente - tentato di esaminarmi durante l'orale di Elementi di arte moderna; sì." Il tono, il linguaggio, l'abuso che se ne fa, contano! Eccome se contano! Nel secondo caso non c'è il minimo accenno a un desiderio di confronto e arricchimento, la questione si vuole finisca lì. È colpa mia se sono arrabbiata per questa ingiustizia?
Ah, sì? Chi sono io per dire se una persona ne sa veramente o se è un cialtrone come tutti? Che ne so io? Solo perché alcune persone si comportano così, non è detto che siano tutte così. E, pure se si comportano in un modo che reputi snob, non è detto che siano snob sul serio: possono aver avuto un'educazione diversa dalla tua. Ok, ci posso stare. Ma ciò non toglie che, proprio le persone che non sono sé stesse (perché, se di punto in bianco diventano degli intellettualoidi, significa che non sono cresciute così da sempre con i loro interessi particolarixximi), si permettano di trattarmi come se io fossi un'intellettuale, ma ovviamente di serie B. Non è carino vedere snobbato tutto ciò di cui mi sono nutrita da quando ho cominciato ad usare il mio cervello e a formarmi una personalità, per poi vedere queste belle cose venirmi strappate per essere abusate da chi non ha scusanti. Per non essere più arrabbiata dovrei scusarli? Non mi ritengo un'eletta, non ritengo che i Pink Floyd siano roba mia, ma è roba mia il mio modo di sentirli, che non impongo a nessuno! Questa gente riduce ai minimi termini il messaggio (sempre che riescano a comprenderlo!!!) che c'è in un libro, in un album, in un film, e lo trasformano in un fenomeno, veloce ad esaurirsi. E poi non rimane più niente, solamente una sporca bambola di pezza gettata in un angolino. Non va bene. Capisco di essere monotona e noiosa, che è sempre stato così e che quindi non dovrei prendermela, ma sono veramente triste, perché sono arrabbiata. E se mi arrabbio resto sola, perché faccio di tutta l'erba un fascio, perché elimino le persone che reputo finte senza dar loro una chance, perché mi sto rendendo conto che di possibilità ne ho poche (ma non solo io, dico che in generale non è che esistano mille persone importanti delle quali poi si possa fare una scrematura), e che se lascio partire una persona su un treno perché magari al primo impatto mi è sembrata di modi troppo affettati, poi non ce ne saranno altre. Perché la gente che si palesa di punto in bianco non è l'eccezione, è la normalità. Ecco, dovrei smetterla di lamentarmi che gli uomini siano animali solo quando si tratta d'impressionare, e non quando si va a caccia.
Sono arrabbiata perché comincio a pensare che tutte queste cose siano vere, che gli interessi non si condividano con le persone che ami, che stia diventando chiusa e misantropa come mia madre e mia sorella, che non sia migliore né di loro né di nessun'altro con tutte le scuse riguardo la mia presunta normalità. Vorrei solo sapere cosa fare e come farlo, ma credo che questo lo capirò strada facendo, cadendo dall'ottavo piano, finendo su una sedia a rotelle, ritrovandomi su un'isola, battendo i pugni su una botola. Vorrei solamente non essere fraintesa e per questo essere allontanata, privandomi delle mie probabilità. Sono mie, cavolo! Mi servono! Se gli animali rimangono nascosti fra i cespugli e fra le loro maschere odiosissime, a questo punto non è meglio che rimanga a casa, azzerando da me le probabilità, piuttosto che da qualcuno che è banale ma speciale?

E ancora, perché credo che non finirà/ò mai: chi esclude chi? Chi dovrebbe cambiare? Si può cambiare? Chi è cresciuto nel modo sbagliato? Deve sempre rimanere tutto così diviso e confuso allo stesso tempo? Chi è che sta più male, chi è cosciente? Chi è veramente cosciente? Perché l'unica cosa che mi riesce è essere presa per quella che non sono? Io chi sono?

15 febbraio 2013

Metto tutto qui così mi spurgo

Troppo infantili, inopportuni, saccenti, esagerati, incompetenti, sgrammaticati, ignoranti in generale ma arroganti, invadenti, affettati, ansiosi, paranoici, frivoli, falsi, pavidi, poveri in spirito, scostanti, scontati, superficiali, incoerenti, impertinenti, molli, versati nello zerbinismo, lamentevoli, bisbetici, bigotti, ingrati, menefreghisti, (troppi) anticonformisti, appariscenti, vanitosi, melensi, egoisti, egocentrici, ripetitivi, rattusi, tardi, idealisti (e vuoti), inaffidabili, sfruttatori, assenti, logorroici, aridi, cinici e solitari per partito preso, qualunquisti, confusi e confusionari, sempre a dieta, sempre senza una lira, accidiosi, invidiosi, maleducati, falliti, brutti, maligni, asessuali.
Gratuitous Picture of Yourselves.

1 febbraio 2013

Svelamento

Oggi stavo ascoltando gli Arctic Monkeys e mi son detta che, beh! dopotutto, per quanto mi ricordi io, anche se i ricordi spesso vanno un po' dove je pare a loro, ho avuto un'adolescenza migliore di quella che molte persone hanno avuto: avevo musica e libri bellissimi, avevo sogni sani che ero sicura avrei realizzato, avevo il mio spazio, spesso verde. Ora confondo le date, dimentico nascite e ricorrenze, non so se sono importanti le persone alle quali sono collegate, come poter giudicare l'apporto che hanno dato alla mia vita (se non ricordo l'apporto, ma c'è stato effettivamente, ha senso?)
Ora so che, contrariamente a quello in cui ho sempre creduto senza pretendere spiegazioni perché le reputavo superflue (è così, basta), il mio passato è stato caratterizzato dalla concretezza, dall'azione, dalla violenza (quanto può essere concreta la vita di un'esordiente adolescente con la testa piena di cose mai attuate, con esperienza zero del mondo esterno, con coscienza zero del giusto e dello sbagliato?): mi sono  scontrata sin da subito nel mio piccolo con l'inesattezza dei rapporti familiari, che poi sono lo specchio di tutti quelli che uno avrà al di fuori della porta di casa, con la sofferenza causata da qualcuno esterno da me ma interno alla mia casa (io-fuori-dentro-fuori-l'altro?) che non ha avuto il tempo di essere sublimata in altro perché contingente alla malattia e alla vecchiaia che popolavano la mia casa, il mio spazio, la mia fisicità.
Avevo musica che mi sollevava dalle ascelle e mi portava lontano da schiaffi e da polsi che schifavo, avevo libri che potevano darmi una casa che mi meritavo, dove coltivare talenti e aspirazioni più forti dei due alberi di limoni che avevamo in giardino. Stavo male dentro e fuori perché c'ero quasi, queste poche cose che avevo erano così grandi che potevo quasi toccarle e tastarne la consistenza, ero io stessa arrivata a sentirle così reali per tutta l'importanza che avevo loro attribuito e che le aveva riempite fino a farle gonfiare, e per questo spesso mi soffocavano come un airbag. Come se mi salvassero, ma allo stesso tempo mi facessero del male, perché non vedevo altro, non avevo altro, ma non le avevo per davvero.
Ora non mi faccio più male - non me ne fanno le persone in casa-, siamo rimaste in tre, sono iscritta al terzo anno di università, ho una casa al centro di una bella cittadina, piccola ma posso uscirne quando voglio. Tutto questo potrebbe essere molto più concreto di quello che avevo in passato ma non lo è, perché non immaginavo sarebbe stata così la mia vita da ventunenne, mi pare solo un fantoccio, non ha la consistenza che davo alle avventure dei miei personaggi preferiti e alle parole delle canzoni che mi accarezzavano i capelli quando piangevo. Nemmeno questo è esatto. Proprio ora che potrei avere tutte le carte in regola per toccare, gustare, distruggere, lanciare ogni cosa, poiché non sono più una bambina e qualcosa del mondo l'ho vista, resto imbambolata di fronte a tutto, alla vita. È per questo che voglio stare in silenzio? Di solito al caos si associa il rumore, e ora che la mia vita si è depurata da sola nel corso degli eventi non ho niente su cui tamburellare o tirare le mie ciabatte. Come se tutto si fosse ridotto ai minimi termini: il male che sento non è fisico, posso decidere che generi di rapporti avere, anche e soprattutto con me stessa. Non posso più rimandare e cercare rifugio in altro/i. Ma è come se mi mancasse quella capacità di agire che avevo in passato, come se l'unico segno che mi distingue in quanto donna fossero lo sbigottimento e una stanchezza mentale che non so imbrigliare. Come posso fare il sunto?
Il fatto che voglia stare in silenzio non significa che voglia nascondermi ancora, so che ho delle potenzialità, che queste sono il risultato di qualcosa di esageratamente grosso che si è andato via via definendo, e so che me ne andrò. Ma come e dove? L'altra notte non riuscivo a prendere sonno e mi è mancato molto il mio letto di Tor Lupara e al buio avrei potuto pure far finta di starci, tanto che cambiava? Eh, e invece cambia.

24 gennaio 2013

14 gennaio 2013

Storm, o "and you have her"

[più che di cose belle, vorrei circondarmi di cose vere, di persone vere, e quindi di persone felici, perché Dio solo lo sa quanto nascondano la rabbia, la rigidità, l'insoddisfazione, l'irrequietezza...]
Sono circondata da segni, la mia vita ne è piena, ma riesco a vedere solo quelli sul mio corpo, che ne è altrettanto pieno. Sono ovunque: sulla schiena, sulle scapole, sulla nuca, sulle pancia, sulle cosce. So individuarli anche a occhi chiusi, cosicché, ogni qualvolta voglio farmi del male/stare male/essere vera e sincera, posso andare a pigiarci sopra un dito punitivo mentre continuo a fare quello che sto facendo, ricordandomi (come se potessi mai dimenticarmene) che il segno è ancora lì, che fa ancora male, che io sono quello che il segno mi ha portato ad essere. Non sono una persona migliore perché porto quei segni, non c'è stato un miglioramento o uno svelamento: sono il segno. [al diavolo Nessuno si salva da solo, Tu hai la malattia, non sei la malattia etc etc etc]
Potrei essere un cespuglio, visto che non posso essere un albero;
potrei bah boh
Sono continuamente su questo palco, ho l'ansia e dei costumi di scena che mi merito, la mia parte è sempre la stessa, c'è sempre il pubblico a giudicarmi anche quando credo di stare da sola: la vanessa fottesegante deve dimostrare alla vanessa che vuole un posto nel cuore di ognuno - di poche persone, in realtà - che la sua performance è da Golden Globe, e la vanessa che vuole essere il Personal Jesus di mamma e dell'altra vanessa vuole dimostrare a quest'ultima che l'unico modo di vincere un applauso è quello di comportarsi come lei.
Potrei andare a studiare e dimostarmi che ho ragione io;
potrei andare a suonare e dimostarmi che ho ragione io;
potrei laurearmi e dimostrarmi che ho ragione io;
potrei iscrivermi a nuoto e comprarmi delle scarpe adatte e dimostrarmi che ho ragione io;
potrei leggere Proust e dimostrarmi che ho ragione io;
potrei andare dall'estetista e dimostarmi che ho ragione io;
potrei frequentare posti nuovi e stimolanti e dimostarmi che ho ragione io;
potrei fottesegare e dimostrarmi che ho ragione io;
potrei scindermi ulteriormente e ancora e ancora per posticipare, per perdermi in diatribe tra fazioni opposte, per dimostarmi che ho ben altri problemi da affrontare piuttosto che queste sciocchezze.
Alla fine è falso tutto dal principio, perché potrei pormi come obbiettivo quello di laurearmi per potermi affittare un monolocale lontano da qui e vicino a un parco, per rinchiudermici e leggere tutto quello che non ho potuto leggere in questi anni, per stare finalmente - finalmente! - in silenzio. Potrei fuggire da tutti, se proprio non posso fuggire da me stessa. Ma quanto è sincero questo atteggiamento? Sono consapevole di aver fatto dei passi in avanti rispetto all'anno scorso, che sto circoscrivendo sempre di più il malessere in quei famosi dieci giorni che precedono ogni scontro tra le mie due parti rompipalle, ma ogni volta che mi ci ritrovo dentro sento di stare come al punto di partenza. Ma quale parte di me lo sente? Quale parte di me sta parlando ora? Non sono sincera e voglio stare lontana da me per questo.

12 dicembre 2012

Salvatore-vittima-persecutore

Anticipo il post riassuntivo di fine 2012, di questo presunto anno catastrofico che invece mi ha dato tanti strumenti  per vivere meglio e un po' di persone - che non conoscevo affatto o che conoscevo solo superficialmente, che poi equivale a non conoscere affatto lo stesso - dalle quali ugualmente ho imparato molto, sia grazie al loro appoggio, sia grazie alle loro bastonate, alcune inconsapevoli, altre meno. Ho messo le fondamenta per tutte le case che abiterò, per tutto le porte che mi si sono aperte davanti e che continueranno ad aprirsi man mano che le avrò attraversate (e forse si confonde la distruzione con l'importanza delle rovine sulle quali ricostruire, del vento che entra dalle porte e dalle finestre e che favorisce il ricambio d'aria, della pioggia che lava e scivola, del fango che rimodella e sporca ciò che è già sporco all'interno)
Magari oggi non è il giorno più indicato per esprimere alcunché, visto che mi rode abbbestia perché per 5 minuti non ho preso il treno con il piercingato. Vabbè, capita.
Poche cose: ognuno si salva da solo; sono una persona simpaticissima e degna di bene, come tutti poi, molto semplicemente; mi perdono - come perdono chi non capisce o non l'ha ancora fatto per propria sfortuna - e lascio che sia.
Bellaaa

PS: un'altra cosa: just cause you feel it / doesn't mean it's there