2 ottobre 2011

And I search for you in every passing car

Mi sembrano lontani anni luce quei giorni estivi, i primi di agosto, quando alla fermata di Ponte delle Alpi cercavamo di ricordarci gli accordi delle canzoni degli Arcade Fire e dei Radiohead, quando mi regalasti quei fiori blu quando ci eravamo persi e non avevamo da bere, quando ci siamo addormentati in quella grotta, quando mi hai dato quel bacio al buio.




"Va rimarcato che l'anno luce non è un'unità di misura del tempo (né tanto meno della "quantità" di luce), per quanto sia corretto dire che l'immagine di un corpo celeste distante un certo numero di anni luce ci mostra quel corpo celeste come era lo stesso numero di anni fa, e non in questo momento."
Fonte: Wikipedia.it (ovvio!)

Non riuscivo a fare un passo senza che nascesse un ricordo

Lammerda, affogo nella merda, e non riesco più a distinguere la pazzia dalla malvagità, tanto su di me hanno entrambe lo stesso effetto. Entrambe mi hanno trascinato in fondo, più di quanto lo sia già chi mi ha premuto la mano sulla testa. Come un'estate di tanti anni fa: a Scalea, siamo riusciti - io, mia sorella e la famiglia con cui a quel tempo condividevamo vacanze e festività - a convincere mia madre a farsi il bagno. Pur essendo nata e cresciuta in un paese di mare, che, prima di conoscere la fortuna - o la sfortuna - della dea bendata e una somma enorme di denaro piovuto dal cielo, faceva del mare la sua ragione di esistenza, mia madre non sa nuotare. Si giustifica sempre dicendo che mia nonna la minacciava, che se dalla terrazza la vedeva scendere in spiaggia e farsi il bagno, l'avrebbe chien 'e mazz. Ora, con tutta la buona volontà, l'occhio di falco di mia nonna, e la particolare conformazione del paese, mia madre avrebbe comunque potuto farsi tutte le nuotate del mondo, ma, per la paura di ricevere schiaffi supplementari agli ordinari, se ne stava seduta, in casa a ricamare, a leggere di nascosto in bagno. L'anno scorso doveva andare a un corso di nuoto, ma ormai lei sta bene così, non ne ha bisogno. Il treno è passato, e non mi va di forzarla. Anche perché mi ricordo cosa è successo a Scalea, e se ci penso mi viene un po' da ridere, ma poi mi ricordo la faccia terrorizzata di mia madre, con la mascella serrata e i denti che digrignavano. Eravamo riusciti a portarla in un punto non troppo alto ma abbastanza per nuotare senza farsi venire i lividi alle ginocchia per l'urto con i sassi. Forse non avevamo proprio considerato il fondale sassoso, che se per sbaglio metti un piedi nel punto sbagliato scivoli e ti fai pure tanto male. Probabilmente è successo questo a mamma, però ai lati aveva mia sorella e un'amica nostra, così, nel panico, si è aggrappata a loro, con la forza dei pazzi come dice spesso mia madre per mettermi in guardia da eventuali stupratori appostati dietro l'angolo "Chìll, co a forz d'ii pàzz, t fà nouv nouv!", e ha spinto loro giù in acqua per ritornare lei a galla, e più loro annaspando cercavano di risalire e di farla ragionare, più mia madre si irrigidiva. Io non sapevo che fare, ero pietrificata. Non mi ricordo come siamo tornati a riva, ma ci siamo tornati. Mia sorella era furibonda, l'altra amica non ne parliamo, è una ragazza molto alta ma magrissima, quindi ha sofferto sicuramente più di mia sorella. E mia madre si giustificava. "Voi non capite!"
La pazzia e la malvagità mi hanno fatto affogare quasi, e io le ho lasciate fare, perchè, se significava far sopravvivere il proprietario della mano che mi spingeva giù, spingendo su spalle, cranio e schiena, io sentivo che era giusto così. Era per lui. Niente importava che lui fosse irrimediabilmente incurabile e interrotto, che ne fosse consapevole e ci sguazzasse nell'inesattezza della sua vita arida di emozioni e amicizie e tragicomicamente solitaria, che mi tenesse legato a sé perché aveva captato che dentro di me c'era qualcosa che poteva risucchiare per tenersi in vita. L'ex principale di mia madre riportava spesso un aneddoto, che un matto faceva notare come l'insegna che reca la scritta manicomio stia al di fuori della struttura, perché i matti non stanno dentro, ma stanno fuori!
Questo me l'ha ricordato ieri mia madre, quando sono tornata a casa elettrica e sfinita. Sconcertata, delusa, amareggiata, offesa, ferita. Affamata, perché nemmeno la soddisfazione di un dolce e pieno piacere mi hanno trattenuta e appagata, completamente, in tutto questo tempo. Svuotata? No. Incazzata? Ecco, sì, più o meno. Però sto male, cazzo se sto male. Divisa tra Secretly degli Skunk Anansie e Evil degli Interpol. E non riesco a fare niente senza che nasca un ricordo, una fitta. Marshall ci ha messo 67 giorni per riprendersi, io chissà quanto tempo ci metterò. Credevo di essere tutto per lui, ma era lui a essere tutto per me, assorbita completamente dal mio ruolo di crocerossina, e ora, che non gli servo più.... Beh, a quanto pare sono facilmente sostituibile ^_^
Tra una settimana sarà esattamente un anno, un anno passato a lottare contro i mulini a vento, a cercare di costruire qualcosa su delle fondamenta marce. Le cose belle già non me le ricordo più.

Un assai lungo momento è il soffrire.
Noi non possiamo dividerlo per stagioni, ma soltanto renderci conto dei suoi modi e calcolarne i ritorni. Per noi, il tempo stesso non cammina; e sembra piuttosto descrivere un circolo intorno ad un centro di dolore. La paralizzatrice immobilità di un'esistenza in cui ogni particolare è regolato da un immutevole despota (in modo che noi mangiamo, beviamo, dormiamo e preghiamo o, almeno, c'inginocchiamo per pregare, secondo le leggi di una formula ferrea); questo carattere statico che rende, fino nei più piccoli atti, ogni giornata uguale alla precedente, pare che si comunichi a tutte quelle forze esterne delle quali l'essenza consiste appunto in un mutamento continuo.
Noi non sappiano nulla del periodo della semina o del raccolto, dei mietitori proni in mezzo alle spighe, o dei vendemmiatori sparsi tra i vigneti; nulla sappiamo dei prati verdi che gli alberi di primavera nevicano di petali e che gli alberi del verziere, in autunno, cospargono di frutti maturi, e nulla mai ne possiamo sapere.
Per noi non c'è che una stagione: quella del dolore. Sembra che ci abbiano anche defraudato del sole e della luna. Fuori il cielo può essere d'azzurro e d'oro, ma la grossa vetrata del piccolo abbaino dalle sbarre di ferro sotto cui ci si accuccia non lascia filtrare appena appena che una povera luce sporca. Dentro le celle c'è sempre semioscurità del crepuscolo; e il crepuscolo invade pure ogni cuore.
Nell'orbita del pensiero, come in quella del tempo, il moto non esiste più.

30 settembre 2011

Company's ok, solitude is bliss

["Si è soli anche con gli uomini", disse il serpente.] Non riesco a convertire questo malessere in azione. D'altronde è da me pensare e non parlare, sognare di essere felice e inventarmi scuse per non provare ad esserlo. C'è chi preferisce circondarsi di trincee per sentirsi al sicuro nella solitudine e nella certezza così di non essere affrontato e contraddetto. C'è chi si addormenta ventenne e si sveglia con la tristezza di un'ottantenne - o così almeno crede ci si possa sentire a essere vecchi e stanchi -, con le viscere strozzate perché non basta l'abbraccio di un amico, perché quel che manca è un braccio, è una mano, sono capelli neri, labbra fine, piedi e dita. Io non so più chi sono, so solo che mi piace l'accumulo e la paratassi, che sono schiava del cioccolato e della pasta e del giudizio altrui, delle convenzioni, dei compromessi, degli stereotipi, della superficialità, che voglio un naso e una pelle e un domicilio nuovi.
Che devo dare un esame e non mi va e questo mi fa sentire molto infantile.

mi basta che sia più profondo di me

28 settembre 2011

L Y F

Vorrei averlo vicino, perché è bello, perché è una bella persona dentro, perché è bello quello che fa e sicuramente è bello il suo mondo, come lui lo guarda specialmente, e mi piacerebbe farne parte, non per forza per farci chissà che, ma anche per passare una serata insieme, pure solo mezza, o una mattinata intera, a strimpellare o a mangiare pizza con i fiori di zucca su un divano, su una terrazza a caso. Non so se manca lui o se sono queste dolcezze a mancarmi, però.

Sing to me


Ho sempre valutato l'amore in base alla gioia provata nel sacrificio, a quanto mi piangeva il cuore a prestare un libro di Jonathan Coe o a regalare un mio bracciale, ai soldi spesi per un regalo. Ieri pensavo se avrei mai potuto anche prestare gli LP di mio padre a R. e mi sono ricordata di come una volta ho rincorso mia zia quando credevo fosse ormai troppo tardi, perché se n'era presi un po' di quei cimeli (a quanto pare 'sti pezzi d'antiquariato fruttano vile danaro), e avevo paura che nel caos e nella noncuranza di mia madre avesse preso anche gli LP dei Pink Floyd. Il panico mentre mi facevo di corsa perdendomi le ciabatte le scale il vialetto del condominio la discesa fino al citofono il cancello e il parcheggio, fino alla macchina; mi aspettavano tutti un po' spazientiti, sebbene mia madre credo abbia capito cosa mi stava accadendo e credo glielo abbia detto poi, e credo che non sia stata così superficiale da non riconoscere i dischi preferiti di papà. Fortunatamente nel portabagagli non c'era il cadavere dei ricordi materiali di mio padre con lo scotch sulla bocca. Come nei film, quando Tizio crede di aver visto tra la folla come una nitida apparizione il volto Caia e rincorre l'ipotetica donna, che di solito è defunta e manca molto al povero Tizio, la rincorre disperatamente, fino a raggiungerla, sussura il suo nome mentre le mette una mano sulla spalla, e quando si gira SBIMM! non è Caia, è solosolamentesolo Tizio, con una sconosciuta che di Caia non ha niente, e Tizio pure non ha niente, a parte lo sconforto e la delusione, e vergogna per sé stesso e per aver scomodato la donna. Dentro di me ho provato un po' della stessa vergogna, per aver fatto perdere tempo ad A. e M., e rabbia, perché non si erano presi niente, erano in casa, li aveva messi a posto mia madre, io avevo ciò che consideravo mio, ma allo stesso tempo non avevo niente in mano. Ora so che in mano ho mio padre, quello che m'immagino io visto che è un tabù in casa, mio padre da ragazzo che si risparmiava pure le 50 lire per comprarsi i dischi, mio padre con i capelli ricci e lunghi che ci capiva di musica, non come mio zio G., mio padre con il giradischi in cameretta, mio padre che non so come cavolo è finito a innamorarsi in quel paesello di merda. Perché sì, sì che c'è stato amore, non ci credo al resto. Ora so che non potrei mai più prestare né tantomeno regalare a R. o ad altri roba mia, visto che non sento più niente (o almeno credo) verso di lui, che non ha mai capito niente e nemmeno io avevo capito niente e solo ora me ne accorgo che a lui non glien'è fregato un cazzo, che tutto ciò che gli ho dato era pulsante di vita e che così, anzi anche di più, sono anche le cose di mio padre, e visto che è già tanto se gli ho regalato un po' di me, ma questo non significa che dovrò decidere se scegliere tra la vodka o l'essere divorata dagli alsaziani, è solo il giusto mezzo, solo il giusto mezzo.

Mi hanno detto che se abiti da solo con dei gatti, e dovessi malauguratamente morire, i tuoi piccoli amici ti divoreranno la faccia. Secondo mia sorella è un innesto di mia madre.

27 settembre 2011

A qualcuno piaccio infinitamente piccola

[da leggere insieme al post precedente] L'altro giorno stavo suonando Gimme Some Salt dei Clap Your Hands Say Yeah e mi è uscito fuori qualcosa che vorrei condividere con qualcuno. Il ritmo è ok, spero di non imbattermi di nuovo per caso in una canzone uguale alla neonata che sto generando. Suonare Neighborhood #1 mi fa sperare. Phantastica mi fa realizzare. Non è andata a finire bene, comunque, tutto si è rovinato, io mi sono rovinata tutta, sono rimasti solo alcuni vecchi post su questo blog abbandonato. (che bello però scriverci su, sapendo che non verrai letto! E' catartico perché è volontario, non come quando tutto ciò che vorresti è essere ascoltato e preso sul serio, almeno per una volta!) Ciò che ti rimane di un anno passato tra treni, panchine, panini con la mortadella, maglioni blu, orecchini facili a perdersi, sacchi a pelo, neve, idee e innesti, promesse, progetti di viaggi, concerti, promesse di viaggi con concerti, foto brutte con soggetti belli. Nel 2011 (ho dovuto fermarmi un momento per ricordarmi che siamo nel 2011, eh) ciò che ti rimane sono solo pixel. Immagino quanto dovesse essere difficile nel 1911. Forse a quei tempi si conservavano le lettere. Però potevano anche bruciarle, sai che soddisfazione! Ecco, sto sempre messa peggio io: mica posso bruciare il computer!
Eliminare i post? Ah, già.

Ti auguro il meglio e un cesto pieno di gioie e parole che presto, lo so, imparerai a maneggiare senza paura.

Ad oggi, ti auguro di trovare uno psicanalista, ma uno bravo.

19 febbraio 2011

Ganton 2.0

Dottoressa Altman, sono grosso, troppo grosso,
non entro nei sedili degli aeroplani e, come mi dice sempre il mio Jeff,
i miei sentimenti non si accordano sempre con la situazione.
Se al ristorante il mio cibo è scotto, mi imbestialisco;
vorrei uccidere il cameriere, ma non lo faccio.
Mi limito a chiedergli gentilmente di portarsi via il mio piatto
e di riportarmelo cotto in maniera adeguata.
Passo i miei giorni a rendermi più piccolo,
più accettabile,
ma va bene,
perchè la sera quando salgo sul palco posso sperimentare il mondo nel modo in cui lo sento,
con indescrivibile rabbia,
infinita tristezza,
e forte passione.
Di sera sul palco posso uccidere il cameriere e ballare sulla sua tomba,
e se non potessi più farlo,
se mi rimanesse solo una vita in cui non potessi fare altro che rendermi più piccolo,
io non voglio viverla! Non voglio!
E credimi, tesoro, anche tu mi vorresti morto.


VABBÈ.