Quando stavo leggendo Pioggia di Francis Ponge, non stava piovendo, né tantomeno nevicando. Credo di essere condannata a vedere la poesia ovunque, perché quando stavo tornando dalla Buffetti, correndo per tutta via Mameli per non far bagnare i cartelloni - povera illusa -, non tanto la mia capa, ché avevo il parka, mi sono resa conto di quanto fosse speciale quello che mi stava accadendo, perché stava piovendo! e non me ne ero nemmeno accorta, sebbene l'aria gelida mi facesse male anche solo respirando e sebbene tutti avessero l'ombrello aperto, perché stavo correndo schivando macchine e automi ombrellati, e per fortuna che mi ero messa gli scarponi di scout, altrimenti sarei ruzzolata per tutta la discesa fino al parco Onmi, portandomi appresso tutto il ghiaccio sporco e gli aghi di pino. È stata come una benedizione, un'apparizione tutte quelle luci riflesse e smembrate in tanti altri puntini luminosi attraverso quelle grosse gocce d'acqua, così che ho avuto paura di dimenticarmi tutte le parole e i ricordi che mi vorticavano in testa, di non potermi ricordare più di quanto mi faccia sentire viva correre, visto che ogni tanto non ci penso a quando correvo al richiamo dei Vecchi Lupi, a quella foto che mi ha scattato Serena a Sala, dove ci sono io immobilizzata per sempre nel mio salto sopra Quel grosso cespuglio spinoso, a quanto sia stato bello correre da un palco all'altro quest'estate, a come correvo fino a rischiare di svitarmi le rotule ogni volta, vivendo tutto come una gara all'ultimo passo. Vorrei dire tante altre cose che ora come ora non ricordo già più, però una cosa che tengo a dire me la ricordo, che le scale del palazzo di via Mameli 44 stanno diventando familiari anche per me, non familiari come i ricordi legati a una persona a caso, che sono dolorosi, tipo Quel muretto/scalino di fronte il cancelletto rotto, ma familiari per me, che sono pacifici, che mi ricordino me stessa e piccoli riti e abitudini che ho, e il fatto che ogni volta chiuso il portone mi senta salva, o tipo che non prendo l'ascensore perché ho paura che ci sia un killer appostato pronto a stroncarmi appena arrivata al secondo piano. Col capo chino vedo solo le scale beige e nessun odore in particolare, a parte la solita puzza di cane bagnato e di broccoli o baccalà o fritto tra il primo e il secondo piano. È troppo, un giorno mi capiterà di non riuscire a sopportare tutte queste coincidenze, questi luoghi particolari, questi libri, queste facce come quella di Calvino con le sue guanciotte e quello scintillio negli occhi che non riesco a non associare a Motolese, queste canzoni, queste gioie. Mi sento condannata già da ora per qualcosa che è sia la mia salvezza da queste non-personalità come i palazzi grigi di Tor Bella Monaca, sia la mia dannazione. Ma anche no, chi può saperlo?
Pioggia
La pioggia, nel cortile dove la guardo cadere, scende con andature assai diverse. Al centro è un sipario sottile (o reticolato) discontinuo, una caduta implacabile ma relativamente lenta di gocce probabilmente molto lievi, un precipitare sempiterno senza vigore, una frazione intensa della meteora pura. A poca distanza dai muri di destra e di sinistra cadono con maggior rumore gocce piú pesanti, individuate. Qui sembrano della grandezza di un chicco di grano, lí di un pisello, altrove quasi di una biglia. Sui listelli di ferro, sui davanzali delle finestre, la pioggia corre orizzontalmente, mentre sulla faccia inferiore degli stessi ostacoli si sospende in rombi convessi. Seguendo l'interna superficie di una tettoia di zinco che lo sguardo sovrasta, cola in strato sottilissimo, marezzato dalle correnti variate a seconda delle impercettibili ondulazioni e sporgenze della copertura. Dalla grondaia attigua dove scorre con la contenzione di un ruscello infossato senza forte pendio, cade di colpo in un filo perfettamente verticale, grossolanamente intrecciato, fino al suolo dove si rompe e rimbalza in aghetti brillanti.
Ogni sua forma ha un andamento particolare; a ognuna corrisponde un rumore particolare. Il tutto vive con intensità come un meccanismo complicato, preciso quanto arrischiato, come un movimento a orologeria la cui molla è il peso di una massa di vapore in precipitazione.
La suoneria a terra delle reti verticali, il gluglù delle grondaie, i minuscoli colpi di gong, si moltiplicano e risuonano assieme in un concerto senza monotonia, non senza delicatezza.
Quando la molla si è allentata, alcuni ingranaggi continuano a funzionare per un po', sempre più rallentati, poi il meccanismo si ferma. Allora, se il sole riappare tutto si cancella rapidamente, evapora il brillante apparecchio: è piovuto.
Francis Ponge, Il partito preso delle cose
Ecco, io ho ordinato e poi comprato questo libro qualcosa come un mese fa, ma solo oggi ho letto Pioggia e mi ha scatenato dentro un mondo, per farmi provare quello che ho scritto e che non avrebbe avuto lo stesso effetto o motivo (credo ci sia un perché) in un altro giorno, in un altro momento. È da molto più tempo invece che cerco di ricordarmi come si chiami quello che poco fa mi sono ricordata, come un'apparizione mariana, che sia proprio il calligramma. Nella pagina web dove ho trovato un commento a Pioggia di Ponge, c'era anche un calligramma chiamato Piove, di Apollinaire. Mi è quasi preso un infarto.
Tutto ha il suo percorso (viaggio?), il suo tempo di rivelarsi e di farsi comprendere.
Dico basta, un sonoro intimo basta agli intellettualoidi, ai nichilisti, agli ermetici come ai logorroici, quelli che c'hanno quegli attacchi di cascate di vomiti di parole su parole su parole, puntali come un orologio svizzero, cioè di prima mattina e appena prima di andare a dormire,
basta agli ansiosi patologici, alle acide che si lamentano che non stanno simpatiche a nessuno ma che nemmeno si sforzano tanto,
insomma, agli scassapalle.
A chi con una certa protrusione delle labbra si lamenta della pesantezza de lu poro Giacomo Leopardi e gli consiglia di pijassela a bene. Vabbè.
A chi non ha mai problemi intestinali e di acconciatura. Quelli che c'hanno tutto incollato (e quando dico tutto, intendo tutto).
Ai sociopatici problematici enigmatici, a quelli che lo fanno strano solo quando parlano, che il Manierismo a confronto è una puntata del trono over di Uomini e Donne. A chi non si vuole fare capire. A chi è stato ferito nel profondo e fa sfoggio delle sue cicatrici che poi alla fine sono dei taglietti superficiali.
A chi dice che non posso giudicare, senza conoscere.
A chi non si ricrede e pretende che nemmeno gli altri possano farlo.
A tutti quelli che dicono di essere brutti e sfigati e destinati a una vita infelice e solitaria, mentre la realtà dei fatti è ben diversa, e qui mi fermo. A chi è un indifferente, a chi dice che non gliene frega niente del mondo, quando alla fine facendo così se ne frega solo di sé stesso.
A chi non si fa gli emeriti cazzi suoi. A chi straparla mentre ascolto la miuzika e appena mi levo sconfitta un auricolare mi fa "hai capito, quindi, no?". NO, ce credi?
A chi ha la media del 30 e lode e ha il massimo del punteggio su tutti i giochetti di Facebook.
A chi bara per ottenere il punteggio più alto sui giochetti di Facebook.
A chi beve solo acqua frizzante e a chi su Facebook mette il soprannome tra il nome e cognome perché crede che vada ancora di moda.
A chi comunica solo tramite Facebook.
A chi pensa che social network = Facebook.
A chi riteneva moralmente sbagliato ricopiare durante i compiti in classe, anche quelli delle medie.
Ai preti che non fanno le battute durante le omelie, a quelli che si credono dispensati dal giudizio universale, e non sto parlando solo dei preti. A chi costruisce la sua casa sulla sabbia e parla, parla, parla.
A chi crede che il motivo per cui s'impari a suonare uno strumento sia il dover formare una band e diventare famosi. Ecco, ehm, proprio no. E poi credono di acchiappare di più in quel modo. Oddio, oddio, oddio.
A chi è profondo quanto un lavandino, a chi alza la voce anche se non è incazzato o infervorato per il dibattito. A chi vuole avere sempre ragione, a chi accetta solo il parere conforme al proprio.
A chi dice che non riesce a trovare lavoro facendo zapping tra Dragonball e Jersey Shore.
A chi non piace Dragonball.
A chi dice che i ragazzi di Jersey Shore sono dei bonazzi forti.
A tutta quella gente socialmente, culturalmente e politicamente impegnata, che ovviamente disprezza il Grande Fratello, I Soliti Idioti e Jersey Shore perché programmi d'intrattenimento per la plebe truzza e rimbecillita. Voialtri invece non siete rimbecilliti da Annozero e da quelle altre merdate pseudopolitiche? [La politica è il Grande Fratello degli adulti semi-alfabeti. È un teatrino per gente che vuole far finta di interessarsi a qualcosa che sia più "intelligente" del meteo. Ma ha valore zero. I politici non decidono nulla, son messi lì per far restare tutto com'è. E discuterne è davvero inutile, mero esercizio dialettico. L'uomo davvero elevato intellettualmente non dovrebbe nemmeno interessarsene.]
Ai fan di Travaglio e Saviano.
Ai fascistelli e ai comunistelli invasati.
Ai giornalisti che non sanno scrivere.
A chi da fastidio la gente che poga. A chi si gode un concerto come se fosse una conferenza sulla prevenzione del tumore al seno, con tanto di birra in bicchierone di plastica e ssssigaretta in mano.
A chi pretende, a chi si aspetta certe cose.
A chi crede che essere amici significhi scarrozzarti dalla Papuasia a San Benedetto del Tronto.
Ai bigotti, a chi preferiva Giovanni Paolo II, ai gruppi parrocchiali con i responsabili che sembrano piovre attaccate a un trono.
Ai nuovi nietzschiani che conoscono lu poro Friedrich solo attraverso le citazioni di Wikiquote, agli atei che vogliono costringerti ad aderire al loro non-credo peggio dei testimoni di Geova. A loro non dico basta perché almeno hanno le palle e il fegato di testimoniare ciò in cui credono; i loro metodi non mi piacciono, ma sempre meglio di quei santoni e di quelle verginelle senza macchia che vanno a seminare scompiglio nella vita degli altri in nome di qualcuno che molto probabilmente non li ha ancora fulminati per non averli accanto a sé nel regno dei cieli o quello che è. A loro dico basta.
A chi si fa le foto con i disabili, con i bimbi, specialmente i pori negretti, e con i ritardati, ritenendoli più bisognosi di aiuto dei propri familiari e più degni di ricevere amore dei loro amici e partner.
A chi ha paura di chiamare le cose con il loro nome, a chi ha paura di inalberarsi (non sia mai), agli eufemismi, a chi lancia il sasso e nasconde la mano.
A chi vuole andare a Londra a prescindere.
A chi odia Londra e Fabio Volo a prescindere (ma anche chi ama Fabio Volo a prescindere).
Al sushi, che cacchiarola me se intoppa sempre, e alle pasticche da prendere a quella tale ora fino a quel tale giorno.
Alle chitarre che si scordano ogni x.
A chi non sa godersi la pensione, ai vecchi (non gli anziani, i vecchi!) che girano spavaldi per le strade di Monte, con la neve e con 40° all'ombra. Ogni volta spero che il tg dia la notizia che almeno uno ci sia rimasto. Ai vecchi che dicono bestemmie e parolacce pesanti.
Ai fighetti che riempiono la facoltà di Lettere e Filosofia.
Al mcm e al MCD, alle divisioni a due e tre cifre.
Al pò confuso col poro po' (poroporoppopperoppero)
Alle coppiette indie, a quelle che hanno bestemmiato in aramaico perché questo sabato sera sono rimaste bloccate a casa senza luce a causa della neve (cavolo, non sono potuti andare al Blue Pub a fare la sfilata!)
Alle tifose delle squadre di calcio dove c'è tanta carne bòna.
A Nicolas Vaporidis.
A Gessica con la G e Marica con la C. E a Natascia, ma se deve sentì 'sto jod, eh!
Ai nomi dei filosofi e degli scienziati italianizzati.
Al dovermi sentire costantemente giudicata, come se fossi inseguita da un cosino fastidioso che reincarni Enzo Miccio e l'occhio di Sauron.
A Enzo Miccio che conduce Wedding Planners da solo, dopo aver spodestato il mio caro Angelo.
Alle repliche di Mediaset Extra.
Ai replicanti in Columbia e cappellino col pon-pon, che pare 'na stella cometa sopra l'albero di Natale, porcaccio.
Anche alle fan di Marilyn Monroe e Audrey Hepburn, alle amanti della Francia e de Il favoloso mondo di Amélie, che non sanno nemmeno di che parli ma che comunque hanno la Tautou come avatar e un baschetto o paio di ballerine rosse nell'armadio. E comunque l'accento va sulla prima e.
Ai poracci che si esprimono con i detti coniati da gente migliore di loro ma peggiore del figo=poraccio in questione. Troppo contorta, mi sa. Scusate.
A quelli che "Mamma mia, ma sei un grammar nazi!". Ce credi NO?
Ai goth dark melodic metal che ascoltano i Joy Division (???)
Ai nuovi indieminkia che ascoltano Brunori Sas.
Agli Oasisianiche non sanno ancora distinguere con precisione quale sia Liam e quale Noel, figuriamoci se sanno riconoscere Paul Weller. Agli Oasisiani che adorano Wonderwall e Champagne Supernova.
Ai Coldplayani che adorano Viva la vida e Princess of china.
Ai Beatlesiani che adorano Lucy in the sky with diamond perché, cioè, è troppo da svarione, cioè.
Alle tredicenni che potrebbero condurre un'intera stagione di Loveline e che mi fanno sentire una matusalemme. Alle best friendz tipo Sex and the City, che per la loro età dovrebbero essere di più come le Winx.
A H&M che non s'è ancora imparato a fare dei pantaloni senza becco.
Ai macchinisti incapaci, che restano 10 minuti in stazione con le porte chiuse giusto per farmi rosicare per non essere arrivata mezzo minuto prima. È questo il motivo, nient'altro.
Ai pedoni che diventano alfieri e si sentono regine.
Ai ciclisti mbriachi sulla Salaria.
Alle buche della Nomentana.
Ai fuori sede che credono di essere giunti nella Terra Promessa e che creano album con foto di scorci di Roma al tramonto. E poi sono i primi che si lamentano dei disguidi che sono all'ordine del giorno all'uni.
Ai denigratori della Sapienza, che frequentano Scienze del Nulla all'Università della Tuscia (sei mejo te!).
A chi non va all'estero perché è tanto bella l'Italia!
A chi non va all'estero ma continua a rompere il cazzo qui.
Ai ristoratori e ai camerieri che pare che ti stanno a fa un favore ogni volta che ordini o che gli ricordi che esisti e che hai un apparato digerente.
A Chi ha incastrato Peter Pan, a Io Canto, a Ti lascio un canzone. A quel programma che non mi ricordo come si chiama dove le mamme vestono le figliette come delle Ciccioline, bamboline fashion secondo loro. Per la serie I don't want to live on this planet anymore.
Alle eroine in perenne tacco 12 e 500kg di fondotinta, anche in palestra.
Alle risate stridule o raglianti.
Alle ricorrenze importanti, alle chiamate di cortesia e alla gentilezza con chi non se la merita.
Alle morte di sonno che si risvegliano quando c'è da svenderla. Solo io ho il radar fuori uso, mannaggia. Ai morti di figa, tipo quelli che commentano le foto delle tettone battone con un "molto carina e di classe, fregatene di quelle che sono invidiose!" Ma cosa. Cosa? COSA???
A chi cioè non lo so non mi so decidere, tra lui o l'altro, o l'altra (basta all'omosessualità selettiva e alla bisessualità come mode dilaganti) oboh cioè il cuore mi dice una cosa ma il cervello un'altra. QUALE CERVELLO?
A chi mi ricorda quando devo rimettere la prima: può farlo solo il mio co-pilota.
A mia nonna che se ne esce con barzellette porno a tavola.
A Guglielmo Scilla (quanto me sei calato...)
Agli egoisti egocentrici dal cuore di pietra che vogliono il mondo ai loro piedi quando l'avventura di una botta e via finisce e che se ne strafregano di te e si stupiscono della tua mosceria quando soffri per un grande male. Un po' di equilibrio, solo.
A quelli che, alla domanda "Come va?", rispondono: "Eh, si tira avanti..."
A chi non legge.
Alle quarantenni fan di Pattinson e Bieber (esistono!)
Ai nuovi poeti maledetti.
Agli scrittori di fan fiction, specialmente quelli che ricopiano di sana pianta parti di libri o tentano in tutti i modi di assomigliare a Stephenie Meyer o a Emily Brontë, ma più alla prima.
A chi è convinto che l'MD sia un discount.
A chi non ascolta.
A chi spara cazzate a manetta senza pensare al fatto di essere facilmente smascherabile, mostrando così di considerarti un credulone da du lire.
A Rudy Zerbi.
Ai raccomandati incapaci (fossi almeno bòno a fà qualcosa!)
Alla gente con la voce nasale e strascicata.
Ai bagarini, cazzo!
Alle previsioni meteo fasulle.
Ai ritardi, di ogni tipo.
A chi dispensa consigli e segreti come se fossero caramelle.
A chi parcheggia in doppia fila e va a farsi i suoi cari cazzi con tutta la calma del mondo.
Alle estetiste possedute.
Alle crisi di mezza età.
Alle popolane con la X5 e il tiraggio (non di capelli, ma anche quello) fresco fresco. A chi soffre la crisi con il frigorifero nuovo comprato a rate, con il televisore in 3D comprato a rate, con la colazione al bar, con lo spuntino alle macchinette, con la Xbox, con Vanity Fair, Elle, il weekend per festeggiare il 18 a Introduzione alla linguistica di Pingu. Vabbè.
Ai truzzi davanti il Bar Vittoria.
Alla gente che si confessa con le amichette in biblioteca, convinta che bisbigliare significhi essere silenziosi e perciò meno fastidiosi di un tizio a caso che prende i libri, li sbatte sul tavolo, caccia un bestemmione e un improperio diretto a Luigi Frati e alla Minerva, prende la sedia e la lancia contro la finestra, azionando l'allarme, e che poi scalciando viene preso e sbattuto fuori con la forza dalla security.
Alle canzoni col capotasto al settimo tasto.
Ai virus presi perché i film i streaming non si trovano quindi li devo scaricare per forza.
Ai concerti che costano un rene.
Alla gente che si vende un rene per andare a un concerto e lo passa facendo millemila foto.
Alla gente (gente a caso proprio, eh) che va allo Sziget con il solo scopo di farsi le foto e pubblicarle ovunque.
Alla gente che va ai concerti di band spettacolari, spendendo settordici miliardi, anche se conosce mezza canzone, e la conosce pure sbagliata. Ai pivelli che andranno al concerto dei Radiohead a Capannelle (per il resto dell'Italia mi fotte la sega).
Agli answeriani coglioni (non ho altri aggettivi per definirli)
Alle coppie che non ci sono per nessunooooo *.*
A quelli impegnati col partito che durante i tempi delle elezioni, della campagna elettorale, del reclutamento o che ne so io diventano degli integralisti islamici. 1) Per quanto ti conosco io, il tuo unico partito è quello della patata (scusatemi); 2) Mi puoi anche mettere i Gesamtkunstwerk alla festa del PD, ma sappi che non ti darò il mio voto; 3) GET A LIFE, SEI SCHIAVO DELLA CAUSA!
A chi parla solo di quello che non va e mai di quello che si potrebbe migliorare. A chi si lamentava di Berlusconi e mo si lamenta di Monti, e per gli stessi motivi. Ai disinformati.
Alle pubblicità progresso di Mtv.
Alla pubblicità di Actimel (Go baby go go! MA COSA?)
A Geppy Cucciari col caschetto.
Ai capelli a caschetto o alla maschietta perché vanno di moda ORA.
A Luciana Littizzetto che non è più sola come un gambo di sedano.
Ai brufoli e alle bollicine sul collo.
Al vicino che ogni volta che mi becca a fare manovra s'improvvisa vigile/salvatore dell'umanità/esperto Quattroruote. Tu moglie però avoja se l'ha beccato il muretto!
Alle scimmie urlatrici del piano di sopra.
Ai professori che fuggono, ai piani di studio che ti fanno sentire una nullità, alle assistenti che giocano a solitario.
Ai fan delle storie a distanza (stronzi)
Alle vacanze tranquille. A chi stanno scomodi gli scarponi da trekking.
A chi vòle parlà pefforza 'n rromanaccio 'n ppo' ccome dire ccè forzato e alla fine 'n cc'è manko kapace, aò, bella chicchi!
“Se un uomo ha perso una gamba o un occhio, sa di averli persi; ma se ha perso un sé, sé stesso, non può saperlo, perché egli non c’è più per saperlo.”
Non posso continuare così, però lo faccio, quindi posso farlo! È che voglio continuare così, anche se non dovrei volerlo. L'altra sera L. si stava confidando con M. dicendo che non vuole prendere la partenza dal clan, perché il clan è rimasto la sua ultima certezza, e teme che, scardinandosi, possa fare una brutta fine (vabbbbè). Al che M. gli ha istintivamente chiesto: "Ma quindi tu ora in clan sei felice?", e L.:"Beh... no..." e lì me ne sono andata perché avevo sentito anche troppo, e anche perché stavo per rovesciargli la cioccolata calda in testa e non era proprio il caso di uscirmene con questi gesti da estremista quale sono, mi sa.
Scusate, ma, in poche parole, uno si attacca a un'immagine, a una persona, a una convinzione, anche se questa gli arreca un danno, e una volta che ci si è abituato ha paura di staccarsi perché potrebbe sì stare meglio, ma anche peggio, potrebbe liberarsi, ma poi non avrebbe nient'altro da cui liberarsi, potrebbe smetterla di piangere, ma poi non avrebbe nient'altro per cui piangere, potrebbe provare a fare qualcosa per sé stesso, ma è molto meglio consacrare la propria vita a qualcosa/qualcuno che non ti sarà mai riconoscente perché è un essere non vivente in entrambi i casi e quindi può solamente darti l'occasione che aspettavi da tempo, cioè soffrire lecitamente? [I personaggi sono come caduti in trappola: Tristano si dibatte in sé stesso, cercando di escogitare nei modi più disparati un espediente per uscire dalla gabbia psicologica dalla/nella quale è costretto; si sposa con l'altra Isotta non per uscire, ma per andare più a fondo nella gabbia → deviazione!!!]
Quanto sono cogliona da 1 a 10?
Credo di averti voluto molto più di un falò di bene. Credo che per me ci sia molto di più di tutto questo, che non sia tutto qui, ma perché sono io a volerlo, che dei 300 progetti che ho in testa almeno 5 possano realizzarsi, che sono cambiata da morire nel vero senso della parola, così tanto che ieri sera immaginavo di parlare con A. di tutte quelle cose che non ho mai raccontato a nessuno, di tutta la morte che mi ha segnata sin da piccola e che non mi ha mai abbandonata, di come spesso l'abbia cercata e ancora la stia aspettando, e penso che a questo punto cambiare da morire sia un cambiare da vivere, che ormai non piango più da un sacco, che basta, il fuoco che avevo dentro eccome se bruciava, bruciava ancora, seccando tutto quanto, quando eri di spalle, di fronte a me, quando ti immaginavo in viaggio per l'università, quando non parlavi e io pregavo dentro di me perché tu lo facessi, perché uscissi, perché facessi vedere chi sei. Io lo so, tu no. È questa la cosa più triste. Io credevo in qualcuno che non credeva - non tanto in un essere superiore o nei propri idoli o modelli, ma non credeva nemmeno in sé stesso, non aveva un sé, un sé stesso-. Credo che la cosa che mi ha straziato più di tutte sia stato il fatto di essere schiacciata dal tuo nulla, perché quello che dicevi fosse amore era nulla, i tuoi atti d'amore erano nulla, le poche parole ed emozioni che esternavi erano nulla, e poi hanno cominciato a essere meno del nulla, il negativo, e mi hai sottratto e poi sottratto sempre di più, e ancora e ancora. E intanto bruciavi e m'inaridivi. Ho preteso troppo da te, cose che non potevi darmi. La persona giusta al momento sbagliato? Io credo che fosse anche la persona ad essere sbagliata, ma per entrambi! Però come mi hai segnato tu non mi ha mai segnato nessun altro, nessuno. E per come mi sento ora, ancora più sbagliata e più inconsolabile e più incollocabile che mai, nessuno potrà mai farci niente, né toccarmi, né guarirmi, né sollevarmi. Non posso dire: "Non permetterò a nessun'altro di trattarmi così!". Non c'è più nessuno da trattare in questa o quella maniera, e se anche ci fosse qualcuno per me io proprio non me ne renderei conto. Non ci sono più, sono un'altra ma non so chi. E le fiamme non hanno più niente da divorare, è così, fine.
Nella sua ultima lezione su Leopardi il professor Stoppelli ci ha detto: "Ecco, uno scrive 41 poesie e diventa immortale. Ma devono essere quelle 41 poesie!". Il mio Giacomino è morto a 39 anni, perché, secondo il Pasquale nazionale, aveva esaurito tutta la sua vita in quelle poesie e in quegli anni di sofferenza. Quante volte, ha detto poi, al termine di un anno o in una data che decidiamo sia un fermo, uno stop, abbiamo pensato e ripensato a tutto il tempo che abbiamo buttato, agli anni come agli amori inutili, che va bene che voi siete giovani e che tutto può essere d'insegnamento, ma quanto ne avreste voluto fare a meno a volte!
Beh, questo Leopardi non l'ha potuto sperimentare: la sua esperienza è stata la sofferenza, la sua sofferenza è stata ed è tuttora la sua gloria,
si è consumato tutto, è stato un falò.
O graziosa Luna, io mi rammento Che, or volge un anno, io sopra questo poggio Venia carco d’angoscia a rimirarti: E tu pendevi allor su quella selva Siccome or fai, che tutta la rischiari. Ma nebuloso e tremulo dal pianto Che mi sorgea sul ciglio, a le mie luci Il tuo volto apparia; ché travagliosa Era mia vita: ed è, nè cangia stile, O mia diletta Luna. E pur mi giova La ricordanza, e ’l noverar l’etate Del mio dolore. Oh come grato occorre Il sovvenir de le passate cose, Ancor che triste, e ancor che il pianto duri.
sono state giornate furibonde senza atti d'amore senza calma di vento solo passaggi e passaggi passaggi di tempo
Stamattina stavo riflettendo con M. sul perché un gruppo di persone che si conoscono da una vita, cresciute negli stessi luoghi, con dinamiche familiari più o meno simili, con accidenti e esperienze più o meno uguali, si ritrovino poi distanti anni luce, raggiunta l'età del conguaglio.
È strano e amaro poi capire che a separarle sono quelle caratteristiche, quelle peculiarità che devi per forza di cosa sviluppare per andare avanti, non nel senso di tirare a campare, perché è questo che loro - gli altri - si limitano a fare, ma andare avanti nel senso di trapassare, di uscire dallo schema, dalla massa (sprawl), per costruirsi e costruire una vita che sia degna di quel nome, sulla base di quello che si è, che si crede, che si vuole. E chi resta indietro, che poi è bloccato, chi è? Il gruppo è se i componenti del gruppo sono, il gruppo fa delle scelte se i componenti del gruppo fanno delle scelte. Cosa si mette in comune in mezzo al cerchio se i vertici del cerchio (sì, il cerchio ha i vertici, sono tantissimi e piccolissimi, oh.) non hanno niente da mettere in mezzo, o semplicemente se non lo vogliono mettere in mezzo? Allora è giusta la fuga? Fuga da chi fa scelte di comodo, da chi sceglie un indirizzo di studio uguale a quello dell'amico, un certo lavoro perché c'ha l'aggancio del padre, che resta con una ragazza per paura di non riuscire a trovarne un'altra, che a Capodanno si riempie casa oltre di quegli amici di una vita anche di ragazzini del '95 per avere il suo tornaconto (ma da chi? ma quando poi?), che pubblica su Facebook link che sicuramente verranno apprezzati da molte persone, che si riempie la bocca di concetti e paroloni di cui non sa nemmeno il significato, però tutti ne parlano, quindi, perché non farlo? Il sapore della saliva quando pronunci parole come "il mio ideale kantiano", "reazioni avantgarde", "piccole deformazioni di prospettiva tutte americane" o "lo-fi retro-garage sinth-punk" avrà un sapore tutto suo, penso appagante, che però non riesco ancora a far mio, e grazie a Dio!, perché non credo che siamo fatti tutti di queste parole, ma anche di rutti e scuregge, di canzoni e di testi che il mondo emerso conosce e apprezza, ma che a volte cadono malauguratamente sulla bocca di chi la apre per fare arieggiare i locali (vedi su). La sagra dell'apparire. Il problema è: pccché? Paura di restare soli, perché è rischioso parlare, esporsi, contestare. È rischioso fare quello che piace fare, perché forse è troppo banale, perché forse non ci sei portato, e allora che fai? T(r)emo di brutto quando la gente non sa che fare perché non ha gusti e interessi, se non quelli degli altri, che a loro volta hanno fatto lo stesso lavoretto. Di questo si dovrebbe aver paura, e invece spaventa a morte mettersi in discussione ogni mattina, accettare che un rapporto è morto e andare avanti, capire che possiamo contare i veri amici non sulla punta delle dita, ma sulla punta delle orecchie, che non siamo fatti per studiare Medicina e Chirurgia ma semplicemente per scaricare le cassette dei mandarini al mercato. È rischioso scegliere, perché poi non torni indietro, è una responsabilità troppo grande, e poi il danno l'hai fatto, ormai. Ovvio che uno può sempre tornare indietro sui suoi passi, ma è più difficile, non so se mi spiego, è un livello avanzato, diciamo, mi limito al livello base per i principianti di spontaneità. È rischioso uscire dal branco, perché rischi di essere schiacciato dalla folla, che non ti conosce, che non sa le tue battute a memoria, che non sa quanto zucchero metti nel caffè (paurosissima questa cosa, altroché). È anche rischio uscire nel branco, è rischioso farsi conoscere a memoria dalle persone, allo stesso tempo: diventi vulnerabile. Magari non tutti possono vedere e sentire, mi dicevo. Ma non credo. Tutti possiamo farlo, c'è solo chi ha paura e resta schiacciato prima o poi da sé stesso, e si soffoca con la propria maschera. Non vedo un lieto fine per me, figuriamoci per chi una mattina si sveglierà e vedrà allo specchio il colpevole della propria infelicità, senza appigli e possibilità di rivalsa, perché gli amici veri li ha blastati, gli amori li ha stracciati, dei libri ne ha letto il riassunto e poi li ha accantonati e la musica l'ha derisa, gli studi abbandonati, i prati e le strade guardati di sfuggita, con sufficienza, come con sufficienza ha guardato il bivio, e ha scelto una strada a caso. E non j'è andata di culo. Tutto questo perché fa paura guardarsi dentro, ma pccché? È l'unica cosa che ti salva, essere un'anima salva. Ti presenti, stringi e poi accarezzi la mano che hai stretto, ti studi, ti parli, ti sperimenti, ti guardi ridere, piangere, partire, perderti, fallire, indovinare, cantare, arrabbiarti. Perché ci facciamo così paura? Perché? Io boh sinceramente non capisco, non lo so, non lo so, bah. Ma dai, che è 'sta roba, 'st'ansia che te porti costantemente appresso che devi per forza avere qualcuno? Tiè, ce l'hai qualcuno: è la tua ansia. Io al qualcuno - carne e ossa, né idealizzato né altro - ci penso mentre sto da sola, penso a quello che vedo da sola e la cosa più bella è che ho la sicurezza che poi glielo racconterò, che glielo racconterò e lui/lei mi capirà e sorriderà. Perché avere attorno la quantità, quando questa quantità non ti guarda con dolcezza né ti ascolta, ma ti parla sopra, pensa a come deve controbattere e ti interrompe per dire il suo, e poi non ti capisce, nel peggiore dei casi ti ride in faccia, non ti vede ma vede solo sé stesso, ma sé stesso non lo vede davvero, alla fine? Pccché la gente vuole essere infelice? Ma poi, lassateme perde! Che cazzo volete da me, teste dimmerda che non siete altro?
[...] Anime Salve, che trae il suo significato dall'origine, dall'etimologia delle due parole "Anime salve", vuol dire Spiriti Solitari. È una specie di elogio della solitudine; si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati, non se la può permettere il politico. Un politico solitario è un politico fottuto di solito.
Però sostanzialmente, quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante. Il circostante non è fatto soltanto dei nostri simili, direi che è fatto di tutto l'universo, dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle, e ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addirittura che si riesca a trovare anche delle migliori soluzioni, e siccome siamo simili ai nostri simili, credo si possano trovare soluzioni anche per gli altri.
Con questo non voglio fare nessun "panegirico" né dell'anacoretismo o del romitaggio, non è che si debba fare gli eremiti o gli anacoreti, è che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita, ed è stata una vita, non è che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d'idendità, credo d'averla vissuta, mi son reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura.
Invece l'uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura...
cause I'll be coming over and while our blood's still young it's so young, it runs and won't stop til it's over won't stop to surrender
Errare errore orrore non lo so più se il sensato fa parte delle mie scelte della mia vita per il mio bene. So solo che sono viva, ma a che prezzo? Barcamenata tra lampi e buchi neri di fede e fiducia, tra gente alla quale ho paura ad affezionarmi, con soldi che non so come spendere ma che vorrei trasformare in viaggi, con talenti che non so se esistono, come i ricordi a cui non so che nome dare, se non il mio, che sono un errore voluto. Non ci sto, non voglio dover volere un rimpiazzo, non voglio dover volere una pelle perfetta, non voglio dover volere una voce angelica, non voglio dover volere l'ispirazione, non voglio dover volere un padre, nemmeno la conoscenza e l'astuzia, per essere serena. Non voglio dover volere una modifica o riempire una mancanza. Ma così non si va molto lontano, perché continuo a pensare alla sua schiena, alla mia che schifo, che scuoto la testa davanti allo specchio, sconfitta, che se anche mi copro di maglioni non risolvo niente, non posso cantare, non posso suonare, non posso parlare con mia madre e mia sorella, non posso passare gli esami e andarmene via.
Non sono fatta di tutto questo, non di carne e ossa che mi stanno scomode, non un'anima sfibrata, non un cervello stanco,
sono fatta delle sue ciglia, delle borse che aveva sotto gli occhi, che sfioravo con i polpastrelli, sono fatta del brufolo che gli spuntava sempre sotto il mento e gli dava fastidio allora si faceva crescere la barba, sono fatta delle sue ginocchia ossute, che quando cammina se ne vanno per cavoli loro, che invece di camminare sembra che balla e mi piaceva da morire quando lo vedevo che mi ballava incontro, d'estate mi accecava il sole, il suo sorriso e le sue gambe, sono fatta della pelle secca sulle sue nocche, dei suoi deliri d'onnipotenza, della sua indifferenza, della sua maglietta giallo sbiadito e dei suoi muri verdi, dei suoi ritardi, delle sue teorie, della sua clausura, della sua cecità, della sua risata gelida e di nient'altro. Sono fatta di ricordi, che messi insieme sono pezzi di vita, che solo ora rimetto insieme dando loro un senso, che non è sensato nella sua sensatezza, perché il dolore, per me, non è mai sensato, è impossibile, inopportuno e indegno, sono stufa di credere che per crescere, per capire, per scoprire, per aprirsi, bisogna soffrire.
Il mio errare è diventato un andare via
da te = da me
Il tuo dolore è ancora il mio dolore.
A che scopo esisterei, se fossi tutta contenuta in me stessa? I miei grandi dolori, in questo mondo, sono stati i dolori di Heathcliff, io li ho tutti indovinati e sentiti fin dal principio. Il mio gran pensiero, nella vita, è lui. Se tutto il resto perisse e lui restasse, io potrei continuare ad esistere; ma se tutto il resto durasse e lui fosse annientato, il mondo diverrebbe, per me, qualche cosa di immensamente estraneo: avrei l'impressione di non farne più parte. Il mio amore per Linton è come il fogliame dei boschi: il tempo lo trasformerà, ne sono sicura, come l'inverno trasforma le piante. Ma il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce nascoste ed immutabili; dà poca gioia apparente ma è necessario. Nelly: io SONO Heathcliff! Egli è stato sempre, sempre nel mio spirito: non come un piacere, allo stesso modo ch'io non sono sempre un piacere per me stessa, ma come il mio proprio essere. Così, non parlar più di separazione: ciò è impossibile.
Io sinceramente boh, uno c'ha scritto sulla carta d'identità studentessa (studente, se al comune hai beccato un impiegato inetto) e pare che la sua realizzazione si esaurisca nei risultati che ottiene negli studi, perché quello è il suo dovere, perché i risultati sono quelli che contano, perché è quello che è visibile agli altri per poterti giudicare di conseguenza, perché in base a quelli si decide la paghetta, con la quale potrai andare a festeggiare il bel voto in una capitale europea giovane, e il quieto vivere, che ti permetterà di approfondire i rapporti, quelli importanti, che la vita e le circostanze (vvvabbè...) hanno ostacolato, la differenza tra il divano+la vita secondo Jim e il cornicione del balcone. Il resto sò tutte cazzate, dai, perché se non si impostano le basi, delle belle fondamenta, che si parla a fare di amori, concerti, sogni, desideri, letteratura, linguistica, litigi, viaggi e natura, se uno non ha le certezze, le cose che contano? Basta che ti tieni impegnato, basta che fai la trottola e che non ti fermi mai a riflettere, basta che ti basti da solo, basta che riesci a studiare un capitolo di filologia pure con il ciclo che ti prostra, basta che riesci a tenere un'agenda ordinata, un regime alimentare ordinato, la testa a posto col fuso orario equilibrato, che non ti dimentichi niente, che ti metti le cremine mattina e sera e l'apparecchio la notte, che prendi le pasticche a pranzo e cena, e che se ceni fuori te le prendi a merenda, che ti metti da parte i soldi, che ti tieni stretti gli amici ma ancor di più i nemici, che ti dai una regolata, che fai buon viso a cattivo gioco, che sei gentile con tutti e che fai il lavoro degli altri anche quando non dovresti tanto verrai ripagata (dal karma o dal buon Gesù), che ti fai il tuo percorso tranquillo e gli altri, vabbè, poi magari se ne accorgeranno, tu intanto vai per la tua strada. Sì, ma quale?
Poi ci sta Showbiz che non è che me venga tanto incontro poi eh. Ma che ne so, possibile che sia tutto qui? Cioè boh, io veramente bah, ma che ne so, ma che cazzo significa? Ma ce li ho 'sti fantomatici vent'anni? È per il ciclo? Sò gli ormoni? Crisi adolescenziali ritardate visto che sono dovuta crescere in fretta? Boh, perché al meglio delle mie conoscenze - acquisite in parte da mia madre - sono tanto tanto infantile. È il nervosismo accumulato durante questi ultimi mesi che sto rilasciando di botto insieme alle mie vecchie convinzioni e amici/anime gemelle elette/ex/compagni defunti? Ma io chi cazzo sò? Sì, 'na cessa, lo so, però, che cazzo ho fatto, fino a mo? Ma io che cazzo so? No, dico, una cosa concreta che so fare, che mi distingua, che sappia con precisione e perizia, che mi garantisca se non degli introiti finanziari almeno degli introiti nel bagaglio delle esperienze, qual'è? Ma che roba è? Qual'è il senso? C'è almeno un cazzo di senso dietro le sbarre di questa gabbia? Esiste davvero almeno la gabbia, o la vedo solo io visto che sono una sfigata bloccata? Ma che cazzo devo fare? Me devo fa sto campetto invernale tranquilla e poi ne riparliamo. Ma di cosa, che non riesco a dire un cazzo, che non mi fate dire un cazzo? Ma a che serve?
Bah.
You would say anything and you would try anything to escape your meaningless and your insignificance.
Io voglio alcolizzarmi e passare un Capodanno coi controcazzi per chiudere almeno in bellezza quest'anno di merda, che poi ogni volta al bilancio finale è sempre stato un anno di merda, ogni volta, e allora poi mi faccio delle domande, altre domande,
però prima per Natale vorrei che mia madre e mia sorella non urlassero in giro per casa quando sto cercando di dormire,
Il cultismo di stationem è appunto stazione, e lastagione del nostro amore si è svolta soprattutto in stazione, al parco della stazione, anche al parco Onmi, ma soprattutto in stazione. I treni passando si saranno presi un po' di me e quel poco che avevi te riguardo me e se lo saranno portati chissà dove.