29 agosto 2012

Audio, audio, audio, video, disco

Ieri ho imparato
che tutti siamo arroganti ma che solo pochi possono permetterselo veramente
perché ogni pensiero pronunciato ad alta voce non può cavarsela nascondendosi le vergogne dietro un "forse mi sbaglio, eh" o sotto la dicitura di "opinione personale".
già dal pensiero si tradisce, e ci prendiamo in giro; se poi si decide di fare quella cretinata di assurda che non riuscirò mai a spiegarmi di imbrigliare e incerottare e (mi sento ingannata dalla vita, dalle mie mani che riescono a parlare - non nel senso che in questo momento sto pigiando dei tasti con le dita e quindi praticamente sono le mie mani a compiere l'atto pratico di farmi capire/esprimermi - a differenza delle mie ridicole capacità linguistiche, dal mio cervello menomato) cazzare tutto quello che ancora non c'è, allora lì siamo tutti uguali, siamo giudici e non siamo modesti, e il fatto di esercitare questo potere raramente non fa di noi delle persone migliori: già l'atto di esimersi dall'esprimere vabbè mi sono già rotta ciao

25 agosto 2012

Sbattimento

Ho passato la serata ad abbracciare gente, come consigliano i dAri. La chiave di tutto è la curiosità. Non è un caso che il cavallo goloso sia poi diventato un delfino curioso. La mia metamorfosi è bloccata all'equina accattonevolezza. Non sono Kafka, non sono Kafka. Gli abbracci, come il sexobeat, devono essere composti da movimenti e momenti fluidi e precisi e istantanei, come un'equipe medica sul tavolo operatorio, come un'orchestra, come l'attacco della falange macedone. Non ammetto gomiti, tempie, bottoni, fili e ciocche di capelli, incisivi, popliti e unghie fuori posto.

Non sono come Wordsworth con la storia lì dei Daffodils, io le cose non me le ricordo. E sono pure pigra, visto dove sto scrivendo. E una screanzata. Credo sia la prima volta dopo sette anni che sono contenta di stare qui (non sono aiutata dal solfeggio delle tende), l'estate del primo liceo non la conto perché non ero io e ora capisco perché prima l'abbia sognata, stava scritto (nella mente, in equilibrio sulle righe della storia, pronta per cadere sul mio piano) che sarebbe cicciata fuori prima o poi in altre forme nella giornata. Quand'è stata l'ultima volta che sono stata in me? Sono due anni che non-vivo e vivo di rimandi, di flash e ricordi che si sovrappongono alla realtà come radiografie, disegni su carta velina. E ora si sta chiudendo il ciclo e non solo quello (È il 1348 che ci ha reso soli e poveri) e devo riuscire a passare oltre prima che il tessuto dell'universo si richiuda su di me e mi tagli in due (è colpa sua? L'azione-distruzione è mia. Non è forse anche mia la colpa, che ogni volta voglio sfidare le sue leggi dimenticandomi di cosa sono?) come sono già stata tagliata (parlo fringese). Però M. ha detto che passerà, mi passerà sicuramente.

Ecco, e il giorno dopo è successo il finimondo.
Esiste giustizia in questo mondo cioè boh io non lo so

11 agosto 2012

Regrets collect like old friends

[vedo tutto attraverso / sabbia rossa e deserto] Cos'è cambiato? Sono una persona abitudinaria, ma in realtà ciò che mi sconvolge di più è la staticità, piuttosto che le novità stravolgenti, capire che dopo due anni non è cambiato nulla, che i bisogni, i rancori, le aspettative, i malintesi, sono sempre gli stessi e verso le stesse persone. E che non dipende da me, non posso trattenere niente, nessuno, che devo lasciare andare. Che il mondo (mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro) poi va avanti ma che non è davvero così, perché si ritorna sempre all'inizio, non si fa tesoro delle esperienze, anche di quelle vissute non in prima persona - come si può restare ciechi e indifferenti? Rimane una traccia di qualcosa, da qualche parte? O sono solo i palazzi, i parchi, sassi e panorami, collane, lettere e libri, una maglietta sbiadita, qualche nome, di una vecchia conoscenza o di una band sorpassata, foto di un viaggio e di un pomeriggio qualunque, a rendere testimonianza che qualcosa c'è stato davvero?
Devo dare di meno, posso solo trattenere (qualcosa per) me stessa.

4 agosto 2012

C'è un'alternativa alla vita che non sia il suo opposto?

Ieri c'erano degli ulivi, credo, perché mi sembrava di stare in mezzo agli odori e alle lanterne di Peschici; dovrò sciogliere questo nodo piano (nodo piano: è uno dei più comuni e semplici nodi di giunzione. È usato generalmente per unire due corde di uguali dimensioni) che mi lega controvoglia alle mie origini, alle quali però sento di dovere molto. Ma è un nodo. Ma sono anche le origini. È mia madre. È-era mio padre. È quello che sta barbaramente diventando mia sorella. È quello a cui sono approdata ora: stessa costa ma porto diverso, diversa imbarcazione. C'erano altre cose di Peschici: quello del bar faceva cocktails carichissimi, c'erano cani e gatti carinissimi, un'amaca nel verde scuro (c'erano tanti colori). Seduta-incastrata tra quelle persone delle quali sento di dover riconquistare l'attenzione ogni volta daccapo, vedevo la mia ombra nera, sconfitta e ingobbita, a terra, e nero il cielo, su, poi se guardavo fisso davanti a me c'era un albero (voglio imparare tutti i nomi degli alberi) che si protendeva verso di me come una mano, forse non proprio pacificamente (colpa di The walking dead), mentre con l'altro braccio, andava verso est perpendicolare alla direzione amica, verso il palco (l'agorà), dove c'era l'altro nodo, un fascio di corde di metallo e stanghette di lettere e fili di pentagramma. E intanto fissavo la mia ombra a terra, poi il verde acido-marrone-grigio del tronco degli alberi, le foglie stranamente secche ancora attaccate alle loro vene che sembravano offrirmi un aiuto, poi il legno della panca stropicciato come un panno zuppo, i segni del sottobicchiere sul tavolo, il gin lemon che mi pizzicava in bocca per quanto temporeggiavo a mandarlo giù, poi finalmente è passata una signora a distribuire delle mini-macedonie in coppette da gelato di carta, ma a quel punto ero già su un altro pianeta, vedevo che di tanto in tanto qualcuno posava lo sguardo su di me ma non mi andava di alzare la testa, mi risvegliavo solo per applaudire, poi è passata una donna incinta, e mi sono sentita come Jon Snow e ho capito che, per quanto la ricerchi, la gloria viene a trovarti e ti investe e basta, di sua spontanea volontà, per elezione, perché puoi permettertelo, perché riesci a reggerla, ne sei degno. Io posso sentire meglio, io posso amare meglio, io posso ridere e far ridere, io posso essere qualcosa ed esserlo al meglio. Ma forse non è abbastanza. Lo è per chi è stato eletto. Ieri ero molto Jon Snow, molto fuori dal mondo e allo stesso tempo alla disperata ricerca di trovarmi un degno posto in quel mondo. Quando in macchina, sulla via di ritorno, non ho trovato niente di meglio di una compilation con gli U2, ero molto triste (forse anche per With or without you, forse perché ero sola, anche se sono felice quando sono sola in macchina, quindi boh). Sono salita in casa che mi tremavano le gambe. Mi sono addormentata sforzandomi di non immaginare, perché le cose (belle) capitano una volta sola, e scelgono una sola dimensione nella quale distendersi: desiderio, sogno, aspettativa, e poi la realtà. Ed è per questo che mi conviene proiettare tutto quello che avremmo potuto essere, perché nella realtà non accadrà mai, perché è il regno della vuotezza, di colori che non so nominare, di milioni di piante e vette; è già avvenuto tutto nella mia testa, e, conscia di questo limite invalicabile degli elementi delle parole dell'universo della vita del tempo dello spazio, lo farò accadere ancora e ancora e ancora, e poi, mentre sarò distratta, accadrà qualcos'altro che si ritroverà accidentalmente sul mio piano congenitamente inclinato, e scivolerà su un altro, schiacciando un punto, piegando e spezzando una retta, che si inghiottirà da sola o che potrà catapultarsi sulla mia direzione. Per quanto potrà e vorrà rimanere, se gli farò posto, come mi cambierà, quante regole dovrò infrangere per trattenerla, quanti libri butterò, quanto ancora mi sentirò povera di sapere, mai eletta, illuminata, felice e consapevole di esserlo perché è possibile esserlo, non so.

Certe amicizie sono come aprire Youtube per ascoltare Piero Ciampi e poi ripensarci con un "porco dio", come aprire lo sportello dell’auto e realizzare con un “nuooo” appena mugolato di aver dimenticato l’immondizia dentro, come arrivare perennemente secondi alle gare per una febbre che ti ha attaccato quello arrivato primo.

Tu rimani ovunque, comunque. Ma sei più sopportabile. Fanno più male le canzoni.

 

19 luglio 2012

Quando Orfeo si è voltato



Avevo letto da qualche parte "Non si dimentica, si sostituisce".
E sul water, puntualmente, mi sono immaginata accarezzarti la fronte al tuo funerale. Ci ho uccisi voltandomi? Stiamo continuando ad ucciderci insieme? Ci colleghiamo alla stessa ora e il nostro dolore affetta pian piano, una ad una, le pareti di aria e cemento che ci separano? O sono solo io?
Una cosa non capisco: come faccia la tua faccia a essere ovunque. Due: come abbia potuto la nostra storia modellare tutta la faccia dell'universo. Tre: che se ti sostituisco tu rimarrai sempre il primo, in cima, al tuo posto, ma che non è tuo di diritto, non è giusto, non sei quello giusto, perché non sei ancora venuto a mancare, purtroppo.

16 luglio 2012

So put me where I belong

Non leggo, non suono, non disegno, (non scrivo)
non parlo.
La musica va e viene.
Tutto sarebbe più facile in un paese di mare: niente rimarrebbe intrappolato nelle reti dei pescatori, niente andrebbe a sbattere sulle pesanti campane della chiesa madre, niente s'incastrerebbe tra i tombini e i sampietrini,
tutto fluirebbe fuori e dentro di me, rispettando la precedenza e le (delle) mie priorità scombussolate,
senza investire il mio equilibrio
o qualcosa che sta più nel profondo: il nucleo, il fulcro della mia voglia di vivere e di essere felice, di vivere essendo felice, di vivere meritandomi di essere felice.
Che tutto sia regolare, che al dare segua il ricevere, che al pianto segua il riso, che alla domanda segua La risposta, che la fatica sia ripagata, che lo schiaffo faccia male, che il cibo sazi, che una tragedia e un miracolo colpiscano il cuore e lo stomaco, che il male non venga confuso con il bene, che le persone rimangano, che i sentimenti rimangano, che i ricordi rimangano, che la polvere se la prenda il vento, che il superfluo scivoli via con tutto il resto, avere un obbiettivo, uno del mio stesso genere, e perseguirlo. Questo conta, il nucleo. 
I passanti sarebbero solo turisti incuranti, niente peschiciane spione e annoiate, solo mia zia che, come un gattino, fa capolino dalla finestra della cucina, antisgamo come solo le vecchie preoccupate sanno essere. Mi dà tantissimo fastidio quando lo fa mia madre, perché vedo ovunque opportunismo e sfiducia nei miei confronti.
Il nucleo è l'unica cosa che conta, e i pensieri negativo-ossessivi non sono amici del nucleo.

7 luglio 2012

Cose che non vanno come dovrebbero

Io non capisco 'sta cosa che si dice di solito nei film tratti dai libri di Nicholas Sparks o in annichilentissime situazioni della vita reale che sembrano tratte da film tratti dai libri Nicholas Sparks, cioè tipo l'unica cosa che mi sta a cuore è la tua felicità; quindi se sei felice con lei, mi va bene: voglio la tua felicità.
Per essere felice devi stare con me!
Puoi essere felice solo se stai con me, porco dio! 
Vale la pena mollare la presa? Stai! Stai con me!




Libertà da cosa?