24 luglio 2013

qualcosa l'ho capita

"Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore." (Lc 2,19.)

io ho paura di non essere altrettanto capace, ho paura di dimenticarmi di tutto ciò che può essermi utile (in quale futuro? sembra che la mia vita debba terminare da un momento all'altro... non che m'importi molto, eh), sia le cose belle (un libro, un panorama, un giro in macchina) sia le sofferenze. la vita è un insieme di momenti e bisogna dare il massimo in ognuno di questi e poi passare al successivo.
non credo di essere capace, non sono quella che "non è brava in X, però in Y...". non sono capace, tutto qui.
ma chi lo è in fondo? chi dice che non si sente arrivato e poi si comporta da tale? chi dice di non valere nulla e con questa scusa non prova, non si migliora? chi, chi, chi...
non sarò brava, ma diavolo se sono annoiata!
amo la mia famiglia, vorrei che rimanesse sempre così, che non debba vederla spegnersi e venire dimenticata. la mia mamma è una madonnina e io sono un asinello coglioncello.

5 luglio 2013

Welcome Home

di tutte le foto dei posti magnifici che girano su tumblr mi sto accorgendo che nemmeno una rappresenta un posto dove vorrei andare e né tantomeno un desiderio d'escapismo represso dalla poracceria dei posti che mi ritrovo costantemente a frequentare, in un loop infinito di giuro che questa è l'ultima volta che esco qui - dai forse questa è la serata giusta, l'occasione giusta -  che palle. è sempre lo stesso problema: credo che l'unica cosa a tenerci in vita sia la preoccupazione verso qualcosa o qualcuno e la consapevolezza di appartenervi, che sia una persona, un'ideologia, un posto o un'istituzione
ed è per questo che sento che la mia vita è così vuota, perché partirei per tornare da chi, per raccontare a chi, per fotografare chi, per ricordare a chi, per ricordare chi.
non dovrei concentrarmi su quello che non ho e che di conseguenza penso che non sono, ma su quello che ho (magari è poco, ma è quanto basta, e a me non basta mai, mai, mai niente)
sono stufa, ma da quant'è che lo ripeto? non c'è soluzione alla mia poracceria


25 maggio 2013

Essere fondamentale e prioritaria

Vivo nella stessa epoca in cui i National sono in circolazione e ciò mi rende così felice, così orgogliosa e così grata a chi ha voluto che le cose venissero messe in ordine in questa maniera (io e le cose che mi sono capitate, e i National in mezzo e intorno) che mi viene da piangere.
Se proprio non posso crescere più con chi si è fermato e ha deciso di non proseguire con me, posso farlo con loro, in un certo qual modo. A volte mi sembra davvero di non essere sola, che certe parole siano stato pensate e poi dette a/per me come prioritaria destinataria. Vorrei essere un'imperatrice.

9 maggio 2013

disagiati

credo che si tratti di una gara a chi è il più disagiato, a chi ha le fisime più particolari, a chi è riuscito a inventarsi il personaggio migliore calcando certi tratti negativi del proprio carattere (negativo è negativo, non si discute). non si tratta più di tendere quanto più possibile al divino, di cercare di essere quanto meno di peso per le persone che abbiamo la fortuna di avere attorno (quanto più ti dici 'disagiato', tanto più sei fortunato ad avere dei satelliti), di accettare con serenità che tutti abbiamo dei problemi - più o meno grandi - e delle caratteristiche negative e che proprio queste cose ci rendono persone e normali (qualcuno l'ha chiamata armonia). potrei snocciolare tutte quante le mie fissazioni e fare finta che siano patologie, ma cosa cambierebbe? attenzione a chi confonde la celebrazione dell'imperfezione umana con uno dei più ridicoli modi di attirare l'attenzione! siamo tutti malati, siamo tutti strani, siamo tutti brutti, siamo tutti ignoranti. c'è chi vuole rimanere così e girare un film mentale e socialnetworkiano sulla proprio mirabile vita artistica maledetta da sociopatico asessuale/ipersessuale che nessuno ricorderà perché insignificante e miserabile e pieno di astio vuoto (ricordatevi: siamo tutti uguali!), e chi invece sa tutto questo e altro ancora ma si fa una cagatina in pace pensando a quanto è bello tutto quanto soprattutto perché può sperimentarlo, prima di raccontarlo, e se proprio lo ritiene necessario, e non il contrario.
tutto ciò per dire che sono stanca di tutte queste persone brutte ed egoiste.

6 maggio 2013

leggendo Storia di un corpo

quella sensazione che remissivamente diventa sicurezza di non stare vivendo abbastanza. sì, è sempre un piacere regredire all’adolescenza emo.
non vedo l’ora di fare 60 anni (a giorni ne compirò 22 e devo sempre farmi il conto perché mi confondo)

23 aprile 2013

Aspettando di essere libera dal giudizio, dalla cultura, dalla tristezza e dalle scelte delle mia famiglia - perché posso solo aspettare: se agisco di testa mia va a finire che rafforzo una o più maglie della catena -, penso alle cose belle cose voglio fare/avere quando sarò finalmente sola:

  • visitare tutti i posti postati su http://oessa.tumblr.com/;
  • fare un lavoro bbillu tipo: a) suonare ai matrimoni; b) lavorare per il national geographic; c) fare la prof di lettere al ginnasio e accompagnare i pupi ai campiscuola; d) correttrice di bozze o simili; e) la Iena.;
  • avere un appartamento tutto bianco, con tanti quadri, tanti animali e tante piante;
  • avere un fidanzato bello con tanti tatuaggi;
  • cucinare minestre e zuppe tutti i giorni;
  • non aver paura delle macchinette;
  • passeggiare una mezz'ora al giorno in un parco e imparare a riconoscere alberi, foglie etc;
  • avere una cucina con l'isola, attorno alla quale sorseggiare vino con i miei amiki fescion.
Vivo circondata dalla miseria ma ne uscirò prima o poi. Nel frattempo ringrazio J.K. Rowling.

4 aprile 2013

Remember Me as a Time of Day

Non sono una di quelle persone che, avendo una fifa nera per il futuro, se ne va a ritroso con la memoria, analizzando ogni cosa positiva di un passato perfetto che ora non si possiede più e che quindi non si può vivere più, rigirandosela fra le dita. Mi ha sempre fatto schifo tutto, non rischio di finire come il tipo e la tipa in Midnight in Paris. Piuttosto potrei andare a ripescare un passato che non ho vissuto - anche se, se uno vuole tornarsene indietro è perché non l'ha vissuto abbastanza bene per finirla lì, e non perché uuuh che bello lì si che ero felice ma che cazzo dici, mica lo sapevi che eri felice in quel momento - ma lì sarebbe veramente rischioso, non proprio un bell'affare. Oggi sono stata malissimo e non ho avuto proprio paura del futuro, l'ho proprio rifiutato, tanto mi facevano - e mi fanno, ma Richie Tenenbaum e gli Explosions in the sky mi hanno calmata un po' - schifo passato, presente e quell'accenno di futuro che mi si prospetta. Tutta merda. Vorrei tornare indietro alla mia adolescenza di merda per potermi rinchiudere nel mio 'studio' al pianterreno, con i miei giochi, i libri, i fumetti, i cartoncini e i gessetti, la chitarra, gli spartiti, lo stereo, l'armadio bianco, le due scrivanie, la sedia rossa con le rotelle, ed ecco che non mi ricordo più niente dell'unico posto in cui mi sia mai  sentita in pace. Mi sento un po', un bel po' adolescente nel mio essere evitante a tutti i costi. Oggi sono stata veramente un sacco male, ma un sacco proprio.

1 aprile 2013

Il motivo per cui mi frega zero di andare in giro come fossi una barbona è che così posso avere la scusa di non essere attraente per come mi concio, e non perché non lo sono veramente. E poi sono tanto pigra.
Ma questo piano forse mi sfianca di più di quanto potrebbe farlo scegliere lo smalto giusto, l'abbinamento giusto, i colori giusti, l'acconciatura giusta, e vedere che comunque non sono valsi a nulla.
Ho davvero quasi 22 anni? Ho i miei dubbi.

I’m wasted, losing time
I’m a foolish, fragile spine
I want all that is not mine
I want him but we’re not right

31 marzo 2013

cose che mi infastidiscono: le persone indecise; la gente che abusa inopportunamente del punto e virgola per darsi un tono; l'educazione a dire più dell'essenziale, mettendo in crisi le persone quando le conversazioni giungono al classico punto morto; la combo immaturità (pretenziosa fotteseganza) + stupidità.

28 marzo 2013

da The Big Kahuna

Goditi potere e bellezza della tua gioventù.
Non ci pensare.
Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite.
Ma credimi, tra vent'anni guarderai quelle tue vecchie foto,
e in un modo che non puoi immaginare adesso.
Quante possibilità avevi di fronte e che aspetto magnifico avevi!
Non eri per niente grasso come ti sembrava.
Non preoccuparti del futuro.
Oppure preoccupati, ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un'equazione algebrica.
I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non t'erano mai passate per la mente.
Di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.
Fa' una cosa, ogni giorno che sei spaventato: canta!
Non esser crudele col cuore degli altri.
Non tollerare la gente che è crudele col tuo.
Lavati i denti.
Non perder tempo con l'invidia.
A volte sei in testa.
A volte resti indietro.
La corsa è lunga e alla fine è solo con te stesso.
Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti.
Se ci riesci veramente dimmi come si fa.
Conserva tutte le vecchie lettere d'amore, butta i vecchi estratti conto.
Rilassati.
Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita.
Le persone più interessanti che conosco, a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita.
I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.
Prendi molto calcio.
Sii gentile con le tue ginocchia, quando saranno partite ti mancheranno.
Forse ti sposerai o forse no.
Forse avrai figli o forse no.
Forse divorzierai a quarant'anni.
Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio.
Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso, ma non rimproverarti neanche.
Le tue scelte sono scommesse.
Come quelle di chiunque altro.
Goditi il tuo corpo.
Usalo in tutti i modi che puoi.
Senza paura e senza temere quel che pensa la gente.
È il più grande strumento che potrai mai avere.
Balla.
Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.
Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai.
Non leggere le riviste di bellezza.
Ti faranno solo sentire orrendo.
Cerca di conoscere i tuoi genitori.
Non puoi sapere quando se ne andranno per sempre.
Tratta bene i tuoi fratelli.
Sono il migliore legame con il passato e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro.
Renditi conto che gli amici vanno e vengono.
Ma alcuni, i più preziosi, rimarranno.
Datti da fare per colmare le distanze geografiche e di stili di vita, perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane.
Vivi a New York per un po', ma lasciala prima che ti indurisca.
Vivi anche in California per un po', ma lasciala prima che ti rammollisca.
Non fare pasticci coi capelli, se no quando avrai quarant'anni sembreranno di un ottantacinquenne.
Sii cauto nell'accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa.
I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga.
Ma accetta il consiglio... per questa volta.

24 marzo 2013

Parlando ieri di gente che ha un perenne atteggiamento ostile nei confronti di ogni cosa, mi è venuta in mente una cosa alla quale penso spesso e forse anche troppo: mi stanno antipatiche molte pose - le pose in toto, in realtà -, ma ce ne sono due, dalle quali poi penso derivino le altre stupide inutili pose, che mi fanno proprio boh non tanto girare le palle, mi lasciano secca, come direbbe Holden, sinceramente proprio boh perché ma sei scemo? perché non muori?
Mi riferisco alle due opposte tendenze con le quali ci si approccia alla superficialità: quelle persone che rinnegano, rifiutano, fuggono, schifano e deridono i momenti di superficialità che ci si vuole concedere di tanto in tanto, giusto per ridefinire un po' i confini, dato che ormai Tutto sembra così tanto un affare di stato, che non rimane nemmeno uno straccio di tempo per parlare di capelli, di Maria de Filippi, di Peppa Pig, di ciucci e babbucce, sono compagne amate dell'altra fazione di personcine che invece si proclamano superficiali per forza, per partito preso, perché che palle che pesantezza vuoi mettere una colata di cemento su 'sti prati. A me non dà fastidio che voi sotto sotto - e neanche tanto eh, anche se tutte le sovrastrutture che vi siete creati hanno fatto sì che un po' di profondità ce l'abbiate pure voi, non so se mi spiego - siate tutti uguali, piuttosto il fatto che boh pare che vi vergognate, che dobbiate assolutamente definirvi attraverso parole e non gesti, e che quest'ansia che avete poi me la buttate addosso, per dio.

21 marzo 2013

indie

L'eroe eponimo del film dei Monty Python Brian di Nazareth, furibondo per esser stato proclamato Messia contro la sua volontà e seguito ovunque da un'orda di adepti, cerca in tutti i modi, ma invano, di convincerli a non comportarsi come un gregge di pecore e ad andarsene. Grida loro: "siete tutti degli individui!". E il coro dei devoti gli risponde prontamente all'unisono: "Sì, siamo tutti degli individui!". Solo una voce, flebile e solitaria, replica: "Io no...". Brian allora fa un altro tentativo: "Ognuno di voi è diverso!". "Sì, ognuno di noi è diverso!", approva entusiasticamente l'assembramento di fedeli. E, di nuovo, quell'unica vocina obietta: "Io no...". A quel punto la folla inviperita si guarda intorno per linciare il dissidente, se soltanto riuscisse a trovarlo, confuso nella massa indistinta.
In questa piccola gemma della satira è racchiuso tutto l'esasperante paradosso - o meglio l'aporia - dell'individualità. Alla domanda che cosa significhi essere individui, chiunque - dai filosofi fino a coloro che non si sono mai chiesti che mestiere faccia il filosofo - darebbe più o meno una risposta del genere: essere individui significa essere diversi da chiunque altro. Un'eco remota del modo in cui dio si presenta a Mosè si può cogliere nella risposta "Io sono colui che sono", che significa: sono un essere unico, una creatura mitica, fatta - o fattasi, come dio - in modo talmente peculiare e unico che è impossibile descrivere tale unicità con parole che possano avere più di un referente.
Il guaio è che sono gli stessi 'altri' (dai quali non si può fare a meno di essere diversi) a pungolarci, spingerci, costringerci a essere diversi. È quella compagnia che si chiama 'società', di cui non si è che uno dei tanti, di quei tanti in giro e che sono più o meno familiari, ad attendersi (da me, da te, da chiunque altro si conosca o di cui si conosca l'esistenza) la prova risolutiva di come si sia un 'individuo' fatto, o fattosi, 'diverso dagli altri'. Quando si tratta dell'obbligo di dissentire e di distinguersi, nessuno può osare di dissentire o distinguersi.
In una società di individui ciascuno deve essere un individuo: almeno in questo senso, chi fa parte di una simile società è tutto fuorché un individuo diverso dagli altri, o addirittura unico. Al contrario, ciascuno è incredibilmente uguale altri altri, in quanto deve seguire la stessa strategia di vita e deve utilizzare segni condivisi - ossia comunemente riconoscibili e intellegibili - per convincere gli altri che lo stanno facendo. In materia di individualità non esistono scelte individuali. In questo caso il dilemma "essere o non essere" non si pone affatto.
Paradossalmente, l''individualità' è legata allo "spirito della folla": è quest'ultima ad imporla. Essere un individuo significa essere uguale, anzi identico, a chiunque altro faccia parte della folla. In tale situazione, in cui l'individualità è un "obbligo universale" e la difficoltà in cui ognuno si dibatte, l'unico atto che farebbe veramente di me un individuo, un soggetto diverso dagli altri, sarebbe cercare - in modo sconcertante, sorprendente - di non essere un individuo: ammesso di potercela fare, e comunque rassegnandomi alle conseguenze (molto spiacevoli) di tale scelta...
Un rompicapo terribile, dunque. Non sorprende che la tremenda esigenza di individualità ci tenga occupati di giorno e svegli di notte... e in realtà non è nemmeno un semplice rompicapo, una mera contraddizione logica (possedimento esclusivo e preoccupazione privata dei filosofi, che, si sa, sono sempre pronti a scendere in guerra contro assurdità e contraddizioni, anche quando chi non si interessa di filosofia riesce a convivere pacificamente, e quasi senza accorgersene, con esse). Il rompicapo di cui parliamo esprime un compito assolutamente pratico, per completare il quale serve tutta la vita, per così dire 'dalla culla alla bara'. In una società di individui come la nostra "società individualizzata", a ciascuno di noi è richiesto di essere un individuo, e tutti noi desideriamo ardentemente esserlo e ci impegniamo profondamente a tal fine.
Poiché "essere un individuo" viene normalmente tradotto come "essere diverso dagli altri", e poiché è 'me', al mio io, che si rivolgono l'invito e l'aspettativa a emergere e a distinguersi dagli altri, il compito appare intrinsecamente autoreferenziale. Non sembra esserci altra possibilità se non quella di farsi consigliare sul modo migliore per addentrarsi sempre più profondamente all''interno' di sé stessi, in quella che è certamente la nicchia più privata e protetta di un mondo di esperienza che per il resto somiglia a un affollato e rumoroso bazar. Cerco il "vero me stesso", che suppongo nascosto da qualche parte nell'oscurità del mio essere originario, non condizionato (non inquinato, né soffocato, né deformato) dalle pressioni esterne. E libero dal suo involucro l'ideale d''individualità intesa come autenticità, come "essere vero verso me stesso", il "vero me stesso". Mi cimento in una sorta di "introspezione fenomenologica" alla Husserl (per quanto spesso casareccia e frettolosa) nella mia 'soggettività' autentica e non contraffatta, realmente "trascendentale", attraverso una penosa opera di "riduzione fenomenologica" con cui "metto in epoché", ossia metto fra parentesi, sospendo, recido ed elimino qualsiasi elemento 'estraneo' che riconosco di aver importato dall'esterno.
Ecco quindi che prestiamo speciale ascolto alle emozioni e ai sentimenti che si agitano dentro di noi: ci appare, questo, un modo sensato di procedere, dal momento che le sensazioni - a differenza della distaccata e imparziale ragione, universalmente condivisa, o almeno 'condivisibile' - non sono 'impersonali', ma mie, e mie soltanto. Esse, dal momento che non possono essere comunicate con un linguaggio 'oggettivo' (o almeno non possono esserlo completamente in modo soddisfacente per noi e per chi ascolta), né condivise totalmente e senza residui, ci appaiono come l'habitat naturale di tutto ciò che è privato e individuale. I sentimenti intrinsecamente soggettivi sono l'epitome stessa dell''unicità'.
Diligentemente restiamo in ascolto delle voci "di dentro": eppure difficilmente saremo mai convinti del tutto e al di là di ogni ragionevole dubbio che le voci non siano state fraintese, che le abbiamo ascoltate a sufficienza da poter prendere una decisione o pronunciare una sentenza. È evidente che non possiamo fare a meno di qualcuno che ci aiuti a interpretare ciò che udiamo, anche solo per rassicurarci sulla fondatezza delle nostre ipotesi. Quando si vuole, un modo si trova sempre, e quando c'è una domanda l'offerta non si fa mai attendere troppo. Nella nostra società di individui disperatamente in cerca della propria individualità non manca chi, sulla base della propria qualifica, o magari di una semplice autocertificazione, ci offre il uso aiuto (naturalmente al giusto prezzo) per farci da guida nelle oscure segrete della nostra anima, dove si troverebbe imprigionato il nostro io che lotta per uscire alla luce.
[...] Molto spesso il viaggio alla scoperta di sé si perde in una fiera globale in cui le ricette per l'individualità vengono offerte a buon mercato [...] e in cui qualsiasi kit di montaggio esposto in vetrina è in realtà un prodotto industriale di massa all'ultimo grido. Ed è allora deludente vedere come il valore delle caratteristiche meno comuni - quelle veramente individuali - del proprio io possa essere riconosciuto solamente dopo che esse sono state convertite nella valuta più comune e più largamente usata.
In breve l'individualità, in quanto atto di emancipazione personale e di autoaffermazione, appare gravata da una aporia congenita, da una contraddizione insanabile. Essa ha bisogno della società sia come culla che come punto d'arrivo. Chiunque cerchi la propria individualità dimenticando, respingendo o sottovalutando tale sobria/oscura verità si candida a una condizione di frustrazione. L'individualità è un compito che la società degli individui assegna ai suoi membri - un compito individuale, da svolgere individualmente, sulla base delle proprie risorse individuali. E tuttavia questo compito è auto-contraddittorio e votato alla sconfitta: anzi, impossibile da svolgere.
[...] Il termine 'individuo' affiorò alla consapevolezza della società (occidentale) nel XVII secolo, agli albori dell'età moderna. Esso esprimeva un compito, non immediatamente intuibile dal nome datogli fin dall'inizio: il termine, di derivazione latina, implica in primo luogo e principalmente - come il greco a-tom - l'attributo dell'indivisibilità. Esso faceva dunque riferimento soltanto al fatto, in sé banale, che se si suddivide la totalità della popolazione umana in elementi costitutivi sempre più piccoli, tale operazione si dovrà arrestare quando si arriva al livello della singola persona: l'individuo infatti è l'unità più piccola in cui sia ancora possibile attribuire la qualità dell''umanità', esattamente come l'atomo di ossigeno è l'unità più piccola dotata delle caratteristiche di quell'elemento chimico. In sé il nome non definiva l'unicità del suo titolare (gli atomi dello stesso elemento sono indistinguibili gli uni dagli altri). La caratteristica dell''unicità', l'"essere diversi dagli altri" (l'ipséité di Paul Ricoeur) fu certamente aggiunto al campo semantico del termine come una sorta di ripensamento, a seguito dell'interpretazione e della riflessione sui contesti in cui i suoi usi sociali erano collocati e rimanevano chiusi.
Tali aggiunte sopraggiunsero in un secondo tempo, ma presero ben presto il sopravvento, colonizzando tutto lo spazio semantico del termine ed emarginando, se non addirittura espellendo totalmente, i significati preesistenti. Quando oggi si sente pronunciare la parola 'individuo' difficilmente si pensa all''indivisibilità'; al contrario, l''individuo' (proprio come l'atomo della chimica fisica) fa riferimento a una struttura complessa ed eterogenea fatta di elementi altamente separabili, raccolti in unità precaria e fragile da una combinazione di attrazione e repulsione, di forza centripete e centrifughe, in un equilibrio dinamico, mobile e costantemente instabile. L'accento cade soprattutto sull'auto-contenimento di quest'aggregato complesso, e sul compito di attenuare i continui scontri tra elementi eteronomi e introdurre una quale armonia nella loro sconcertante verità. e cade anche sulla necessità di realizzare tale compito dentro quell'aggregato, con gli strumenti disponibili al suo interno. 'Individualità' significa oggi, prima di qualsiasi altra cosa, autonomia della persona, dove la prima viene percepita come diritto e dovere della seconda. Prima di qualsiasi altra cosa, l'affermazione "sono un individuo" implica che io sono responsabile dei miei pregi e dei miei difetti e che è mio compito sviluppare quelli e rammaricarmi per questi, cercando di porvi rimedio.
In quanto compito, l'individualità è un prodotto finale della trasformazione societaria, camuffato da scoperta personale. Nella fase iniziale di tale trasformazione lo studente Karl Marx osservava che quando il sole tramonta le falene cercano la luce delle lampade, la cui attrazione cresce man mano che sul mondo esterno cala l'oscurità. L'ascesa dell'individualismo è stata la spia del progressivo indebolimento - per disintegrazione o distruzione - della fitta rete di legami sociali che avviluppava strettamente la totalità della attività della vita. Essa esprimeva il fatto che la comunità era sempre meno capace e/o interessata a regolare normativamente la vita dei suoi membri.

da Vita liquida, Zygmunt Bauman

Ci siamo sbagliati

[10 marzo: Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato] Ieri notte ho avuto un dialogo immaginario molto importante con Nico, il mio nuovo maestro di chitarra, e ho capito una delle quattro cose più importanti: posso suonare.
Non sono mai stata un buon leader, ma un ottimo numero 2, quello sì, 'na cifra, perché ho sempre sofferto delle pressioni derivanti dalle aspettative relative alla carica di un numero 1, e poi non mi sono mai piaciute le riunioni in uniforme linda e pinta, le premiazioni pubbliche, i discorsi, insomma le formalità. "Ci penso io", è sempre stato questo il mio motto, perché non mi pesava impiegare tutte le mie energie nei compiti assegnati alla mia squadra, perché non era disperse e incanalate in direzioni diverse, che l'ansia era bravissima a creare nei momenti meno opportuni. È da un po' di tempo che non faccio più parte di un gruppo e la cosa più difficile è impiegare le energie, che mi avanzano a pacchi, per me solamente. Credo di essere l'unica persona sulla faccia della Terra ad aver abbracciato con serenità il fatto che la routine mi corrobori, piuttosto che distruggermi. E se certe azioni diventano meccaniche, potrò andare a risparmio energetico, e impiegare tutte le mie forze per realizzarmi, anche se a volte sembra che non sia questo il mio obbiettivo principale (è fatto di tanti altri piccoli obbiettivi, ma la meta rimane sempre la stessa).
Le lezioni di chitarra e Nico specialmente mi trasmettono molta calma perché sto cominciando a capire che la musica è matematica, e abbraccio serenamente anche questo. Il mio cruccio è sempre stato, oltre all'ansia di dover rendere, dato che sono riuscita a far contaminare da mia madre anche la mia ora nella scuola di musica, la sicurezza, che non riuscivo ad acquisire pur avendo una buona base tecnica. Mi sono sempre sentita un babbuino, convinta di non possedere l'estro, il genio. Posso tornare indietro, perché questo è un altro di quei sentieri tracciati dalla zona nera (di chi, boh). E posso continuare a suonare, con la sicurezza di non dover diventare per forza Qualcuno, di non dover aver per forza la parte solista (quant'è bello esser parte di un tutto!!!), di non dover per forza rimorchiare con un paio di canzoni dei Pink Floyd. Ecco, il fatto che non riesca a suonarle come vorrei io - o come vuole che io voglia (ma esiste davvero tutto questo processo oppure sto facendo tutto da sola? boh) - penso non sia dovuto al fatto che io sia una pippa totale, quanto al fatto che non li ho vissuti, come invece sto vivendo adesso i Radiohead. Non c'è niente di male nel presente, che è il massimo - e anche l'unico - che possiamo percepire e interpretare. E abbraccio serenamente anche questo, sebbene sia ancora presente quella parte di me che ha nostalgia di quelle epoche d'oro mai vissute (stavo pensando stamattina in macchina, mentre mamma mi diceva di dire delle preghierine per nonno visto che oggi è l'anniversario della sua morte e mentre mi raccontava la mattina in cui era successo e io tra me e me dicevo: "masticazziiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii", che non è ingiusto fottesegare qualcosa perché non lo ricordiamo e di conseguenza non ricordiamo nemmeno il suo valore).
Poi ci sono delle persone che rimangono sempre dietro il vetro a guardarti, ma non come dei rattusi, piuttosto come dei supervisori timidini, e non è che ritornino: a tornare sono stata io, e, come dice il fraticello, siamo noi che chiudiamo la porta, ma dall'altra parte si ama allo stesso modo, e durante l'omelia mi sono chiesta, un po' colpevole (di esser)e un po' miserabile, che cosa potrebbe succedere se R. tornasse come il figliol prodigo, se ricomincerei (io, perché come al solito faccio tutto io, eheh) dove ho interrotto, sempre che l'abbia fatto.
Comunque sono contenta delle persone che ho vicino a me, perché le ho scelte. Ci sono sempre i vigliacchi, ovvio, e la storia è un continuo ripetersi, con la sola differenza che pare che la comunicazione faccia sempre più schifo (eppure siamo arrivati a questo, ma boh non facciamo altro che far finta di non capire e di porre la nostra faccia sopra quella di tutti quelli che abbiamo di fronte, fino a che poi non rimane niente, neanche uno straccetto di pelle), però voglio tenermele strette le poche cose belle che sono riuscita pian piano a costruirmi: da un lato la mia musica, i miei rapporti, il mio appartamento immaginario - rimane lì e un giorno potrò tirarlo fuori dalla mia mente -, i miei eroi, le mie vette - che è meglio che non guardi sennò col cavolo che arrivo in cima; dall'altro c'è quello che non ho (ancora): la mia Isola, il mio posto, a quanto pare anche il mio destino. Non posso fare a meno di arrabbiarmi perché potrebbe bastarmi quello che ho (quel poco che ho capito di avere), ma, in un modo o nell'altro riesco solamente a riscrivere la storia, le sue parti più stupide e vergognose, e ad attuare errori di comunicazione, uno dietro l'altro. Non ho avuto un buon insegnante, ma per questo motivo sono destinata al mutismo? Che almeno questo sia una mia scelta!
Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra.

19 febbraio 2013

Oggetti smarriti

Sono molto arrabbiata, sono arrabbiata con la gente. Sono arrabbiata perché (dicono che) faccio di tutta l'erba un fascio. Sono arrabbiata perché sento che non è vero, perché mi sento sbagliata se a dire questo ↑ di me è una persona a me molto vicina. Sarò tornata veramente all'inizio - e non nel modo in cui volevo io, invocando The Scientist -, quando come un'adolescente ribellina ritenevo degni di bene solo coloro che condividevano con me la rabbia per determinate situazioni e provincialottate che si consumavano in classe, nel gruppo scout, a Monterotondo, e poi in facoltà, nel gruppo di amici che scegli, e non che ti è imposto dal principio di fratellanza di un clan, fino a Roma, tutta quanta.
Sono arrabbiata perché a quanto pare molti ritengono che sia una persona intellettuale, che dia quest'impressione di me, pur non volendo. La cosa che mi fa rabbia è che io mi ritengo una persona più che normale, perché i miei interessi sono comuni, e, anzi, penso che dovrei coltivarli più concretamente; in generale sono una persona che si adatta, che attinge da varie realtà prima di farsi un'idea su un qualcosa. Come dovrei essere? Sono diversa per questo? Io però vedo attorno a me gente che spesso ha interessi molto più particolari dei miei, che ascolta musica per me assolutamente ignota, che viaggia un sacco, che va a mostre di artisti che sinceramente boh, che veste in modo ricercato, che obbiettivamente dà l'impressione di essere diversa, perché parla e fa parlare di sé, parla dei suoi interessi, è un continuo definirsi e affermare ciò che dice di fare e ciò che quindi è, e cioè una persona intellettuale.
O intellettualoide? Queste persone in realtà non fanno niente di reale, vivono nell'ansia di apparire, di fondare la propria vita sulle foto che si fanno a eventi tipo Any given monday, sulle immagini di copertina di Facebook con libri che non hanno mai letto con umiltà (UMILTÀ!!!), si comportano come i bufali che per fare colpo sulle femmine di un altro branco cominciano a rotolarsi per terra, però loro hanno dalla loro - o almeno credono di poter maneggiare a loro piacimento - Dostoevskij e David Foster Wallace, per ritenersi una razza superiore, per auto-convincersi che loro non sono animali e per impressionare un individuo che credono che sia speciale e diverso proprio come loro. Faccio di tutta l'erba un fascio solo perché quando vedo una persona con Wayfarer, maglioncino a righe di H&M e ciuffo hipster penso che sia una persona che vuole essere diversa? Sono superficiale anche'io nell'etichettare senza pietà? O sono fin troppo critica per questo? Dall'alto della mia arroganza penso che si capisca quando una persona è costruita su principi fragili (e non suoi) e quando no. Io almeno, dall'alto della mia arroganza intellettuale, lo riesco a cogliere.
È sempre colpa mia, quindi, se quando non so nulla di un determinato argomento, preferisco tacere? So bene la differenza tra un'opinione basata sull'esperienza e quella basata su chiacchiere, citazioni e asserzioni di persone che a loro volta ne sanno poco e niente; c'è differenza tra il dire: "Guarda, Picasso non mi piace molto perché mi trasmette un senso di ansia e oppressione." e il dire "Picasso è un disturbato, le cui psicosi - tipiche dell'artista in generis - si ritrovano nei suoi destrutturatissimi dipinti; beh, sì, gli ho fatto capire, a X, chi conduceva il discorso, quando ha - miseramente - tentato di esaminarmi durante l'orale di Elementi di arte moderna; sì." Il tono, il linguaggio, l'abuso che se ne fa, contano! Eccome se contano! Nel secondo caso non c'è il minimo accenno a un desiderio di confronto e arricchimento, la questione si vuole finisca lì. È colpa mia se sono arrabbiata per questa ingiustizia?
Ah, sì? Chi sono io per dire se una persona ne sa veramente o se è un cialtrone come tutti? Che ne so io? Solo perché alcune persone si comportano così, non è detto che siano tutte così. E, pure se si comportano in un modo che reputi snob, non è detto che siano snob sul serio: possono aver avuto un'educazione diversa dalla tua. Ok, ci posso stare. Ma ciò non toglie che, proprio le persone che non sono sé stesse (perché, se di punto in bianco diventano degli intellettualoidi, significa che non sono cresciute così da sempre con i loro interessi particolarixximi), si permettano di trattarmi come se io fossi un'intellettuale, ma ovviamente di serie B. Non è carino vedere snobbato tutto ciò di cui mi sono nutrita da quando ho cominciato ad usare il mio cervello e a formarmi una personalità, per poi vedere queste belle cose venirmi strappate per essere abusate da chi non ha scusanti. Per non essere più arrabbiata dovrei scusarli? Non mi ritengo un'eletta, non ritengo che i Pink Floyd siano roba mia, ma è roba mia il mio modo di sentirli, che non impongo a nessuno! Questa gente riduce ai minimi termini il messaggio (sempre che riescano a comprenderlo!!!) che c'è in un libro, in un album, in un film, e lo trasformano in un fenomeno, veloce ad esaurirsi. E poi non rimane più niente, solamente una sporca bambola di pezza gettata in un angolino. Non va bene. Capisco di essere monotona e noiosa, che è sempre stato così e che quindi non dovrei prendermela, ma sono veramente triste, perché sono arrabbiata. E se mi arrabbio resto sola, perché faccio di tutta l'erba un fascio, perché elimino le persone che reputo finte senza dar loro una chance, perché mi sto rendendo conto che di possibilità ne ho poche (ma non solo io, dico che in generale non è che esistano mille persone importanti delle quali poi si possa fare una scrematura), e che se lascio partire una persona su un treno perché magari al primo impatto mi è sembrata di modi troppo affettati, poi non ce ne saranno altre. Perché la gente che si palesa di punto in bianco non è l'eccezione, è la normalità. Ecco, dovrei smetterla di lamentarmi che gli uomini siano animali solo quando si tratta d'impressionare, e non quando si va a caccia.
Sono arrabbiata perché comincio a pensare che tutte queste cose siano vere, che gli interessi non si condividano con le persone che ami, che stia diventando chiusa e misantropa come mia madre e mia sorella, che non sia migliore né di loro né di nessun'altro con tutte le scuse riguardo la mia presunta normalità. Vorrei solo sapere cosa fare e come farlo, ma credo che questo lo capirò strada facendo, cadendo dall'ottavo piano, finendo su una sedia a rotelle, ritrovandomi su un'isola, battendo i pugni su una botola. Vorrei solamente non essere fraintesa e per questo essere allontanata, privandomi delle mie probabilità. Sono mie, cavolo! Mi servono! Se gli animali rimangono nascosti fra i cespugli e fra le loro maschere odiosissime, a questo punto non è meglio che rimanga a casa, azzerando da me le probabilità, piuttosto che da qualcuno che è banale ma speciale?

E ancora, perché credo che non finirà/ò mai: chi esclude chi? Chi dovrebbe cambiare? Si può cambiare? Chi è cresciuto nel modo sbagliato? Deve sempre rimanere tutto così diviso e confuso allo stesso tempo? Chi è che sta più male, chi è cosciente? Chi è veramente cosciente? Perché l'unica cosa che mi riesce è essere presa per quella che non sono? Io chi sono?

15 febbraio 2013

Metto tutto qui così mi spurgo

Troppo infantili, inopportuni, saccenti, esagerati, incompetenti, sgrammaticati, ignoranti in generale ma arroganti, invadenti, affettati, ansiosi, paranoici, frivoli, falsi, pavidi, poveri in spirito, scostanti, scontati, superficiali, incoerenti, impertinenti, molli, versati nello zerbinismo, lamentevoli, bisbetici, bigotti, ingrati, menefreghisti, (troppi) anticonformisti, appariscenti, vanitosi, melensi, egoisti, egocentrici, ripetitivi, rattusi, tardi, idealisti (e vuoti), inaffidabili, sfruttatori, assenti, logorroici, aridi, cinici e solitari per partito preso, qualunquisti, confusi e confusionari, sempre a dieta, sempre senza una lira, accidiosi, invidiosi, maleducati, falliti, brutti, maligni, asessuali.
Gratuitous Picture of Yourselves.

1 febbraio 2013

Svelamento

Oggi stavo ascoltando gli Arctic Monkeys e mi son detta che, beh! dopotutto, per quanto mi ricordi io, anche se i ricordi spesso vanno un po' dove je pare a loro, ho avuto un'adolescenza migliore di quella che molte persone hanno avuto: avevo musica e libri bellissimi, avevo sogni sani che ero sicura avrei realizzato, avevo il mio spazio, spesso verde. Ora confondo le date, dimentico nascite e ricorrenze, non so se sono importanti le persone alle quali sono collegate, come poter giudicare l'apporto che hanno dato alla mia vita (se non ricordo l'apporto, ma c'è stato effettivamente, ha senso?)
Ora so che, contrariamente a quello in cui ho sempre creduto senza pretendere spiegazioni perché le reputavo superflue (è così, basta), il mio passato è stato caratterizzato dalla concretezza, dall'azione, dalla violenza (quanto può essere concreta la vita di un'esordiente adolescente con la testa piena di cose mai attuate, con esperienza zero del mondo esterno, con coscienza zero del giusto e dello sbagliato?): mi sono  scontrata sin da subito nel mio piccolo con l'inesattezza dei rapporti familiari, che poi sono lo specchio di tutti quelli che uno avrà al di fuori della porta di casa, con la sofferenza causata da qualcuno esterno da me ma interno alla mia casa (io-fuori-dentro-fuori-l'altro?) che non ha avuto il tempo di essere sublimata in altro perché contingente alla malattia e alla vecchiaia che popolavano la mia casa, il mio spazio, la mia fisicità.
Avevo musica che mi sollevava dalle ascelle e mi portava lontano da schiaffi e da polsi che schifavo, avevo libri che potevano darmi una casa che mi meritavo, dove coltivare talenti e aspirazioni più forti dei due alberi di limoni che avevamo in giardino. Stavo male dentro e fuori perché c'ero quasi, queste poche cose che avevo erano così grandi che potevo quasi toccarle e tastarne la consistenza, ero io stessa arrivata a sentirle così reali per tutta l'importanza che avevo loro attribuito e che le aveva riempite fino a farle gonfiare, e per questo spesso mi soffocavano come un airbag. Come se mi salvassero, ma allo stesso tempo mi facessero del male, perché non vedevo altro, non avevo altro, ma non le avevo per davvero.
Ora non mi faccio più male - non me ne fanno le persone in casa-, siamo rimaste in tre, sono iscritta al terzo anno di università, ho una casa al centro di una bella cittadina, piccola ma posso uscirne quando voglio. Tutto questo potrebbe essere molto più concreto di quello che avevo in passato ma non lo è, perché non immaginavo sarebbe stata così la mia vita da ventunenne, mi pare solo un fantoccio, non ha la consistenza che davo alle avventure dei miei personaggi preferiti e alle parole delle canzoni che mi accarezzavano i capelli quando piangevo. Nemmeno questo è esatto. Proprio ora che potrei avere tutte le carte in regola per toccare, gustare, distruggere, lanciare ogni cosa, poiché non sono più una bambina e qualcosa del mondo l'ho vista, resto imbambolata di fronte a tutto, alla vita. È per questo che voglio stare in silenzio? Di solito al caos si associa il rumore, e ora che la mia vita si è depurata da sola nel corso degli eventi non ho niente su cui tamburellare o tirare le mie ciabatte. Come se tutto si fosse ridotto ai minimi termini: il male che sento non è fisico, posso decidere che generi di rapporti avere, anche e soprattutto con me stessa. Non posso più rimandare e cercare rifugio in altro/i. Ma è come se mi mancasse quella capacità di agire che avevo in passato, come se l'unico segno che mi distingue in quanto donna fossero lo sbigottimento e una stanchezza mentale che non so imbrigliare. Come posso fare il sunto?
Il fatto che voglia stare in silenzio non significa che voglia nascondermi ancora, so che ho delle potenzialità, che queste sono il risultato di qualcosa di esageratamente grosso che si è andato via via definendo, e so che me ne andrò. Ma come e dove? L'altra notte non riuscivo a prendere sonno e mi è mancato molto il mio letto di Tor Lupara e al buio avrei potuto pure far finta di starci, tanto che cambiava? Eh, e invece cambia.

24 gennaio 2013

14 gennaio 2013

Storm, o "and you have her"

[più che di cose belle, vorrei circondarmi di cose vere, di persone vere, e quindi di persone felici, perché Dio solo lo sa quanto nascondano la rabbia, la rigidità, l'insoddisfazione, l'irrequietezza...]
Sono circondata da segni, la mia vita ne è piena, ma riesco a vedere solo quelli sul mio corpo, che ne è altrettanto pieno. Sono ovunque: sulla schiena, sulle scapole, sulla nuca, sulle pancia, sulle cosce. So individuarli anche a occhi chiusi, cosicché, ogni qualvolta voglio farmi del male/stare male/essere vera e sincera, posso andare a pigiarci sopra un dito punitivo mentre continuo a fare quello che sto facendo, ricordandomi (come se potessi mai dimenticarmene) che il segno è ancora lì, che fa ancora male, che io sono quello che il segno mi ha portato ad essere. Non sono una persona migliore perché porto quei segni, non c'è stato un miglioramento o uno svelamento: sono il segno. [al diavolo Nessuno si salva da solo, Tu hai la malattia, non sei la malattia etc etc etc]
Potrei essere un cespuglio, visto che non posso essere un albero;
potrei bah boh
Sono continuamente su questo palco, ho l'ansia e dei costumi di scena che mi merito, la mia parte è sempre la stessa, c'è sempre il pubblico a giudicarmi anche quando credo di stare da sola: la vanessa fottesegante deve dimostrare alla vanessa che vuole un posto nel cuore di ognuno - di poche persone, in realtà - che la sua performance è da Golden Globe, e la vanessa che vuole essere il Personal Jesus di mamma e dell'altra vanessa vuole dimostrare a quest'ultima che l'unico modo di vincere un applauso è quello di comportarsi come lei.
Potrei andare a studiare e dimostarmi che ho ragione io;
potrei andare a suonare e dimostarmi che ho ragione io;
potrei laurearmi e dimostrarmi che ho ragione io;
potrei iscrivermi a nuoto e comprarmi delle scarpe adatte e dimostrarmi che ho ragione io;
potrei leggere Proust e dimostrarmi che ho ragione io;
potrei andare dall'estetista e dimostarmi che ho ragione io;
potrei frequentare posti nuovi e stimolanti e dimostarmi che ho ragione io;
potrei fottesegare e dimostrarmi che ho ragione io;
potrei scindermi ulteriormente e ancora e ancora per posticipare, per perdermi in diatribe tra fazioni opposte, per dimostarmi che ho ben altri problemi da affrontare piuttosto che queste sciocchezze.
Alla fine è falso tutto dal principio, perché potrei pormi come obbiettivo quello di laurearmi per potermi affittare un monolocale lontano da qui e vicino a un parco, per rinchiudermici e leggere tutto quello che non ho potuto leggere in questi anni, per stare finalmente - finalmente! - in silenzio. Potrei fuggire da tutti, se proprio non posso fuggire da me stessa. Ma quanto è sincero questo atteggiamento? Sono consapevole di aver fatto dei passi in avanti rispetto all'anno scorso, che sto circoscrivendo sempre di più il malessere in quei famosi dieci giorni che precedono ogni scontro tra le mie due parti rompipalle, ma ogni volta che mi ci ritrovo dentro sento di stare come al punto di partenza. Ma quale parte di me lo sente? Quale parte di me sta parlando ora? Non sono sincera e voglio stare lontana da me per questo.

12 dicembre 2012

Salvatore-vittima-persecutore

Anticipo il post riassuntivo di fine 2012, di questo presunto anno catastrofico che invece mi ha dato tanti strumenti  per vivere meglio e un po' di persone - che non conoscevo affatto o che conoscevo solo superficialmente, che poi equivale a non conoscere affatto lo stesso - dalle quali ugualmente ho imparato molto, sia grazie al loro appoggio, sia grazie alle loro bastonate, alcune inconsapevoli, altre meno. Ho messo le fondamenta per tutte le case che abiterò, per tutto le porte che mi si sono aperte davanti e che continueranno ad aprirsi man mano che le avrò attraversate (e forse si confonde la distruzione con l'importanza delle rovine sulle quali ricostruire, del vento che entra dalle porte e dalle finestre e che favorisce il ricambio d'aria, della pioggia che lava e scivola, del fango che rimodella e sporca ciò che è già sporco all'interno)
Magari oggi non è il giorno più indicato per esprimere alcunché, visto che mi rode abbbestia perché per 5 minuti non ho preso il treno con il piercingato. Vabbè, capita.
Poche cose: ognuno si salva da solo; sono una persona simpaticissima e degna di bene, come tutti poi, molto semplicemente; mi perdono - come perdono chi non capisce o non l'ha ancora fatto per propria sfortuna - e lascio che sia.
Bellaaa

PS: un'altra cosa: just cause you feel it / doesn't mean it's there